Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 28.1922

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zoili, risulta evidente come Io schema del quadro fosse
già fissato nell'arte almeno del I secolo dell'Impero,
e come nel detto fregio non si abbia perciò che il tardo
riflesso di un motivo d'arte forse ellenistica (1).

Della parte sinistra del fregio, coi tre personaggi nudi
e, forse, due donne panneggiate, non abbiamo creduto
sinora di far parola, poiché una scena, non presenta un
nesso evidente, diretto e immediato, con l'altra. Le
due scene sono però tra loro unite da un rapporto lo-
gico ideale. I tre personaggi nudi non posson essere che
i Proci, i Kovqoi iirrjffTì^eg, i quali si davan bel tempo
nella reggia di Ulisse, fiduciosi dell'avvenuta sua morte.
Quale difficoltà sostanziale si oppone a che siano qui ri-
conosciuti alcuni dei pretendenti alla- mano di Penelope,
cioè Antinoo, Anfinomo, Eurimaco, o alcuno dei com-
pagni? La stessa nudità dei giovani, come del resto si
riscontra nell'arte classica anche su scene relative alla
uccisione dei Proci (Mrt]<fTrjQogi(ovCa) (2), può essere
spiegata in vario modo : come l'eco l'ormale di modelli
classici, tenuti presenti dall'artista, relativi al mito
di Ulisse ; o come un ulteriore elemento dichiarativo della
scena, aggiunto dall'artista, allo scopo di dar rilievo
alla eccessiva libertà e licenza di costumi di cui davano
il cattivo esempio i Proci nell'assenza di Ulisse. 11 te-
nersi per mano dei tre giovani è veramente un parti-
colare affatto nuovo nella rappresentazione dei Proci;
ma nel racconto eminentemente sintetico dell'artista,
è anche lecito ritenere che questo particolare significhi
l'identità di carattere di azione e di destino clic acco-
muna insieme i tre personaggi (3).

Le due donne che seguono, ma che non si vedono
nella riproduzione e si intravvedono appena sull'af-

(1) Tali considerazioni non perderebbero nulla della loro
importanza, dal punto di vista storico-artistico, anche nei
riguardi di chi ritenesse inaccettabile l'interpretazione dei
personaggi come Ulisse e Penelope.

(2) Ved. Skyphos citato alla nota precedente, e inoltre un
frammento di sarcofago figurato, a Costantinopoli (S. Reinach,
Rép. des Rei., II, p. 74) e varie urne etnische (H. Brunn, / ri-
lievi delie urne etnische, I, tav. XLVII e XCVIII).

(3) Nemmeno la più compiacente esegesi fatta della pit-
tala sulla scorta del Libro di Giobbe pot rà persuadere l'accorto
lettore a riconoscere nei giovani che tengonsi per la mano
i tré amici di Giobbe; i quali, subito dopo aver dato così
acerbo sfogo al loro dolore, fino a strapparsi letteralmente
le ultime vesti di dosso, ritroverebbero tutta la serenità neces-
saria onde procedere di conserva, tenendosi per mano. 0. Ma-
nierili (art. cit.) mostrasi anche disposto a interpretare le figure
ignude col passo del Libro di Giobbe XXXI, 19, relativo alla
carità di G. verso gli ignudi.

Monumenti Antichi — Vol. XXVIII.

fresco, possono soltanto essere delle ancelle di Penelope,
le (piali l'anno la loro comparsa anche sulle due pitture
pompeiane citate, e non hanno, perciò, che unti fun-
zione secondaria nel quadro d'insieme

Anche la scena superiore idillica non può a meno di
essere in rapporto con la scena del fregio, comi' è dimo-
strato dal fatto che il paesàggio abbraccia per tre lati
il fregio sottostante e tra il fregio e il paesaggio non
corre il solito listello rosso di divisione; il paesaggio si
distacca dal fregio soltanto per mezzo del colore scuro
del terreno, distinto sul l'ondo bianco naturale dell'in-
tonaco. Tutto induce, quindi, a pensare che come nello
sfondo aereo della lunetta l'artista intese l'orse di rappre-
sentare la città stessa di Itaca, dove l'eroe riesce final-
mente a far ritorno, e dove poi si svolgerebbe la scena
sottostante, nello svariato bestiame figurato sul primo
piano del quadro si debbano riconoscere i pingui ar-
menti di Ulisse, simbolcggianti le sue ricchezze sperpe-
rate dai Proci. Tutto ciò in forte e stridente contrasto
con l'attuale povertà od abbiezione dell'eroe. La pre-
senza del dromedario fra tanto svariato bestiame sem-
bra a tutta prima riportarci nel mondo africano od asia-
tico, nei paesi della Bibbia ; ma si vorrà pur concedere
che l'artista, nell'impossibilità di figurare l'aspetto di
un paese forestiero e quasi favoloso, quale la patria di
Ulisse, non si sia peritalo di introdurre nel quadro la
nota esotica, con queliti modesta figura di quadrupede.
Altrimenti il paesaggio poteva troppo facilmente, e po-
trebbe (ruttorà, identificarsi con unti veduta della Cam-
pagna romana, alle porte slesse di Roma.

Molta della diffidenza mostrata da taluno relativa-
mente alla nostra interpretazione, risiede in una ra-
gione d'indole generale, e cioè sulla scarsa convenienza
del motivo mitologico pagano coti la riconosciuta na-
tura cristiana del monumento. Non devesi però dimen-
ticare che scene della leggenda di Ulisse si conoscono
già come riprodotte su monumenti di sicuro carattere
cristiano; tale la leggenda di Ulisse e delle Sirene,
rappresentata sopra sarcofagi di carattere netta-
mente cristiano (2). Gli stessi apologeti cristiani di-
mostrano non dubbie simpatie per la figura dell'eroe
Ulisse (3). Sarà ora opportuno vedere in quali rapporti

('] Figure di ancelle compaiono nelle due pitture pompeiane
citate, e inoltre nel medesimo skyphos attico ricordato di sopra.

(2) S. Reinach, Répertoire des Iìelicfs, III, p. 27S.

(3) Roller, Cedue, de Rome, II, p. 34; op. cif, tav. LIV e
LVI. 2.

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