Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 28.1922

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IL MONUMENTO SEPOLCRALE DEGLI AURELI

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meravigliose di opere d'arte d'ogni genere, che i capi-
tani vittoriosi avevano adottato la moda di accumulare
in Roma dai paesi vinti, non soltanto avevano arricchito
la città di tesori inestimabili ('), ma dovevano anche
contribuire potentemente a stimolare le inclinazioni ar-
tistiche e ad affinare l'educazione estetica di un popolo
non completamente negato alle creazioni dell'arte (2).
Oltre alle singole opere, gli artisti medesimi affluivano
in Roma in cerca di fortuna da ogni parte del vasto
impero, per mettere a disposizione del popolo più ricco
e più potente del mondo le doti del proprio ingegno.
Artisti etruschi, italioti, ateniesi, asiatici, egiziani, in
collaborazione sempre con l'elemento indigeno, gareg-
giavano entro la stessa città, nell'abbellire sfarzosa-
mente i templi come i fóri, le ricche abitazioni come
i mausolei degli imperatori, dei patrizi e degli arric-
chiti plebei.

Tutto questo largo e intenso movimento artistico di
una metropoli, alimentato dalle fonti più eterogenee,
effettuando una progressiva fusione di elementi dispa-
rati, non poteva non avere per effetto di sboccare in
un'arte originale, unica ed omogenea, quella che per noi
è l'arte romana imperiale. Questa può essere considerata
come la risultante di una Koin] artistica, la quale esercitò
inevitabilmente un influsso diretto sui vari culti iconici
importati dall'Oriente e dall'Occidente nella capitale
dell'Impero.

Sorgevano intanto silenziosamente in Roma le prime
comunità cristiane, composte in gran parte di elementi
etnici stranieri di umile condizione, più o meno sedotti

(x) Ved. in proposito lo studio di L. Homo, Les Musées de
!n Rome Imperiale, dove sono raccolte tutte le fonti relative,
in Gazette des Beavi Arts, 191!), pp. 21-46 e p. 177-208. Lo
studio è diviso nei capitoli seguenti : I) Les chefs d'oeuvre de
Vari grec a Rome, II) Les temples-musées à Rome, III) Les
ódifices de VEtat, IV) Les édifices impériaux, V) Les portiques,
VI) Les (permei, .VII) Les bibliofhègues~musées, VIII) L'organi-
sation. Vols et incendies.

(2) Articolo di fede e grave torto insieme di molti storici
dell'arte antica è quello di prendere troppo alla lettera U vir-
giliano: «Tu regere imperio populos, Romane, memento»
(Aen. VI, v. 851) e di non fare, in sede di critica storica, alla pos-
sente amplificazione poetica quella legittima tara da cui non
può andare esente anche il « Giaccia capta» oraziano. La
storia dell'arte, come qualunque altra disciplina, non si co-
fruisce su frasi fatte, anche celebri. Del resto la stessa Eneide
è, si vorrà convenire, un'opera d'arte ; il che significa che la
profezia di Anchise riguardava Enea e non il suo poeta, Enea
i' non i concittadini contemporanei ed emidi del poeta nei
diversi campi dell'arte.

o disgustati, ma sempre abbagliati e sopraffatti dallo
spettacolo indicibile di fasto e di splendore offerto da
Roma all'apogeo della sua potenza. Sebbene pratica-
mente l'arto non fosse a priori ed esplicitamente bandita
dalle regole del culto cristiano, 6 certo che nessuna fun-
zione determinata era all'arte assegnata dal culto stes-
so ('). Il Dio unico ed invisibile dei Cristiani non aveva, al
pari di quello dei Giudei, alcun bisogno di essere rappre-
sentato in idoli, peri quali grande doveva essere anzi la
ripugnanza tra i cristiani più zelanti. Ma vi erano lo
tombe, i cimiteri con l'annesso culto dei morti : quel
culto dei morti che era così altamente sentito e profes-
sato ancora in mezzo alla società romana del tempo,
e in omaggio al quale si profondevano grandi ricchezze
per la costruzione di monumenti sepolcrali imponenti e
lussuosi (2). I cimiteri cristiani, ricavati in principio en-
tro cave di tufo abbandonate, erano quanto di più povero
e disadorno potesse immaginarsi. Parve perciò alle co-
munità cristiane di Roma di poter seguire in questa,
come del resto in molte altre cose, l'usanza pagana, in
quanto tale usanza non contravvenisse alle più severe
prescrizioni del culto, e si procedette quindi, quasi
sempre assai parsimoniosamente invero, alla decorazione
parietale, anche figurata, degli squallidi cimiteri (3). Si
comprende come tutto quanto rappresentava il fondo emi-
nentemente decorativo della pittura, e cioè sistemi di ri-
quadratura, puri motivi ornamentali, riempitivi, ecc.,
fosse tolto di peso dall'arte romana corrente, e partico-
larmente dalla decorazione dei monumenti funerari, non
dei più ricchi. Quanto ai soggetti figurati, i quali costi-
ti1) Ved. in proposito L. Bréfaier, op. cit., p. 1G segg., con gli
accenni all'iniziale ostilità della Chiesa cristiana per i prodotti
dell'arte. « .... ce n'est pas l'Église qui crée l'art chrétien etc. »,
e il successivo tacito accoglimento di questi per forza di cose.
Non è forse questa una controdimostrazione dell'assoluta li-
bertà degli artisti che lavoravano per i cristiani ? Se la Chiesa
si disinteressava ufficialmente dell'opera loro, a chi dovevano
essi ubbidire se non ai propri istinti e, molto secondariamente,
al desiderio dei singoli committenti ? Diversamente dal Bréhier
giudica Wilpert, in op. cit.-, p. 54.

(2) L. Friedlilndcr, Eine Darsteilung der SittengeschicMe Rom
9»ed. (Lipsia, 1919-1921,voi.Il, p.361 segg..voi. IV. p.304segg.
con un elenco dei prezzi di monumenti funerari).

(3) Sulle origini funerarie della pretesa arte cristiana gli
studiosi sono in genere d'accordo. Le tombe di famiglia ric-
che e decorate, dalle quali si svilupparono taluni cimiteri
di comunità cristiane, come il sepolcro dei Klavii. con le
relative Catacombe di Domitilla ((). Marucehj, // Cimitero
di Dominila, in Roma sotterranea cristiana, N. Scric. Roma,
11)09), non mancarono di esercii a re una not evole influenza
diretta sopra la decorazione cemetariale cristiana.
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