Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 29.1923

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LA PANIGHINÀ

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Maerobio ci dice appunto : « In fanis alia vasorum
sunt et sacrae supellectilis, alia ornamentoruni.... Or-
namenta vero sunt clipei, coronai et huiusce modi
donaria » (1).

Naturalmente però 1' ufficio pratico da essi avuto,
se esclude che fossero vasi votivi, non impedisce del
pari che potessero avere un carattere speciale. Ed
infatti, poiché gli attingitoi erano usati per attingere
il sacro liquido, assurgevano ad una elevata funzione,
e divenivano parte dell'arredamento del pozzo, ed istru-
mento di rito. Perciò vengono ad assumere il carattere
stesso dell'acqua: il sacro.

Quindi anche, tanto questi vasi adoperati per at-
tingere l'acqua, quanto gli altri dati veramente in
dono alla sorgente, diventavano proprietà della sor-
gente stessa (sarebbero stati i sacra d'età classica) e
venivano collocati accanto a questa, onde non fossero
adoperati per usi profani e rimanessero contaminati.
Gli esempi delle sorgenti del Messico (citati alla
col. 622), sono interessanti anche sotto questo ri-
guardo.

Altre considerazioni relativo ai vasi
e all'acqua. Con ciò però non è ancor detto in
che rapporto il donario stia colla sacra fonte, e quale
atto di culto esso rappresenti.

Ho detto sopra che si può pensare a sacrificio
cruento, per la presenza di ossa di pecora, di capra, e
di corna di bos brachiceros ; ed a sacrificio incruento
per i vasi, le sostanze alimentari e l'ocra. Ma queste
cose, date in sacrificio alla sacra sorgente, rappresen-
tano un'offerta propiziatoria, espiatoria o gratula-
toria ?

Si è molto noli' incerto. Tuttavia, osservando
esempi analoghi e più chiari del nostro ; il pensiero
espresso a proposito di simili casi dagli studiosi ; i co-
stumi degli attuali selvaggi ; ciò che gli scrittori più
antichi ci hanno tramandato a questo riguardo ; in-
fine la mentalità della parte più bassa, più supersti-
ziosa del popolo, credo che tutte le offerte rappresen-
tino i ricordi di grazie ricevute, le testimonianze di
riconoscenza e le attestazioni di coloro che, guariti

tante argomento. Ed ho voluto solo dire che, esaminando le co-
sidette « stipi votive », occorrerebbe — qualora sia il caso — di-
scernere o cercare di discernere gli instrumenta pratico-rituali
dai donaria puramente votivi.
(') Macr., HI, 11,

bevendo la sacra acqua, posero accanto a questa il
recipiente col quale l'avevano bevuta. Sono ex-voto,
ed hanno il valore che, assai più tardi, avranno le ta-
belle votive recanti l'iscrizione Votum solvit Hbens
merito, che s'incontrano tanto frequentemente nelle
sacre fonti d'età classica e in generale nei luoghi di
culto.

E così, giungendo alle ultime conclusioni riguar-
danti il materiale posto in rapporto con la sorgente,
tutti gli oggetti votivi trovati entro il pozzo vengono
a costituire unastóps, nella tarda accezione data a que-
sto vocabolo dù Latini : raccolta di doni votivi posta
in prossimità della divinità adorata (*).

Gli oggetti infatti venivano deposti con cura, ma
erano lasciati all'aperto, poiché allora non era neces-
sario rinchiuderli in ben sicura favissa : ba stava sot-
trarli agli usi profani, ponendoli accanto al luogo di
culto. In quei remoti tempi era troppo vivo e super-
stizioso il sentimento religioso perchè potesse darsi il
caso che qualcuno osasse stendere la mino sacrilega
su ciò che apparteneva alla divinità (2).

Inoltre, come abbiamo già visto, la stipe era com-
posta di varie cose : venivano offerte le sostanze ali-
mentari, le materie coloranti, i vasi, tutto ciò insomma
che poteva costituire un'offerta di un qualche valore (3).

Non era ancor giunto il tempo in cui erano fìssati
i tipi di doni da offrire alla divinità, quantunque l'as-
soluta prevalenza dei vasi potrebbe attestare che si
era già su questa via. Infatti, se è vero che l'oggetto, il
vaso specialmente, non ha di per se alcun valore votivo
(valore, in realtà, che esso acquista al momento in cui
è offerto e che noi gli attribuiamo perchè lo dissotter-
riamo da un luogo di culto), non è men vero che il do-
nario viene a spiegare in parte la natura del culto.

(') Festo dice : « stipem dicebant pecuniam signatam,
quoad stiparetur» (Ex. Pauli Diete. VII).

Seneca (De benef. VII, 4, 6) dice che la stipe è un'offerta di
pezzi monetali alla divinità.

E Maerobio (nel passo or ora citato) non specifica in che
cosa propriamente consista la stipe, ma pare che questa parola
abbia già il significato di raccolta di oggetti votivi.

(') Diodoro (V, 27) fa tale osservazione a proposito dei
Celti. Egli ci dice appunto che nei luoghi di culto di questo
popolo erano sparsi a profusione doni d'oro, che non venivano
custoditi, perchè nessuno osava rubarli ; e questo — osserva
Diodoro stesso — quantunque i Celti fossero cupidissimi ed
avarissimi.

(3) Mancano armi silicee, come pure rappresentazioni figu-
rate fìttili.
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