Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 29.1923

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LA PANIGHINA

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Fu dunque un particolare sentimento della gente
che abitava la località della Panighina quello che
fece sorgere la venerazione per la scaturigine salutare
posta in questa contrada ; ed il mistero, che circon-
dava la potenza speciale dell'acqua, la fece animare di
uno spirito e ne originò il suo proprio e particolare culto.

Qualche prova a sostegno di questa
o ]) i n i o n e. Questo carattere di limitazione del culto
ad un determinato oggetto adorato, posto in un
luogo stabilito, oltre che dallo studio delle religioni
primitive, pare che risulti anche dalle osservazioni
che si possono fare sulle scoperte di fonti venerate
nelle remote età del bronzo e del ferro.

Poiché, infatti, se la base ed il movente del culto
sono sempre i medesimi e se il sentimento dell'uomo
nei suoi primi palpiti religiosi si manifesta in modo
piuttosto uniforme (specialmente poi quando l'oggetto
venerato è il medesimo come nel caso nostro, in cui
esso è costituito sempre dall'acqua), tuttavia si os-
serva una certa varietà nelle esplicazioni del culto.
Essa ci appare soprattutto nello svariato genere di
offerte e nel diverso modo di presentarle, sistemarle,
localizzarle ecc. E perciò la suddetta varietà mi pare
che possa stare ad indicare che la potenza o divinità
preposta ad ogni singolo luogo di culto era rivestita

ben netti contorni per ciò che riguardava la loro personalità,
i loro attributi e lo stesso loro sesso. E perciò, essendo diffìcile
dar la figura di idolo ad uno spirito così vago, ed anche - se-
condo quanto dicono gli studiosi - aborrendosi l'antropomor-
fizzazione delle vetuste divinità, allora non esistevano le iina-
gini delle divine potenze adorate. I Pelasgi, per esempio, a
quanto ci narra Erodoto (II, 53), in principio avevano molte
divinità, ma queste erano assai indeterminate e vaghe poiché
erano persino prive di nome e di sesso. Il « sei Deo sei Deivae »,
a cui viene dedicata un'ara da Calvino sul Velabro (C. I. L.,
I, 801), ha appunto questo valore di indeterminatezza di
sesso della benigna divinità che aveva la sua residenza in
questo luogo della Roma antichissima. Si sa pure che i
Celti, durante l'età del bronzo e gran parte di quella del ferro,
non avevano le rappresentazioni figurate delle loro divinità
(cfr. Bertrand, Nos origines [La religion des Gaulois],Paris, 1897,
passim). Agli scavatori ed illustratori Halbherr ed Orsi parve
che nel sacro speco di Psychrò — il cui materiale votivo ha
un'età variante dal XII al VII sec. av. Cr. — si praticasse un
culto naturistico ed aniconico (loc. cit., p. 222). Sembra pure che
gli antichi Persiani non avessero gli dèi plasmati sotto la forma
e la natura umana, come invece avevano i Greci (Erod. I, 131).
E, a proposito dei Romani, Varrone ci riferisce : « antiquos
Romanos, plus annos centum et septuaginta, deos sine simu-
lacro coluisse » (Apud Aug., De ritritate Dei, VI, 91 ; cfr. pure
Plutarco, Ninna, Vili). Tacito ci dice la stessa cosa rispetto ai
Ligii, i quali non avevano simulacro degli Dei (Tac, Gemi., 43).

di attributi speciali suoi propri (da cui deriverebbe
il rituale ed il culto differenti) e che essa non fosse
sempre la medesima in ogni luogo.

Non credo sia possibile dare alla cosa una di-
versa interpretazione, quale potrebbe essere quella
di trattarsi di una grande divinità, con attributi
speciali (e quindi differenze di rituali) a seconda dei
varii luoghi. Ciò può riscontrarsi solo durante una
età più avanzata, per esempio la classica, e poi a
proposito di attributi di ordine secondario.

Del resto, se come prova di quanto ho asserito
per l'età preistorica propriamente detta non abbiamo
altro che le svariate forme e modi di offrire, pos-
siamo tuttavia rivolgere lo sguardo all'età imme-
diatamente posteriore, alla protostorica, ed allora noi
troveremo elementi probativi indiscutibilmente di
grande valore.

Per esempio, in età gallica, in Francia, alle sor-
genti sacre presiedevano divinità che erano certa-
mente diverse da luogo a luogo, perchè esse avevano
un nome ben differente l'ima dall'altra. Tale nome, è
naturale, noi lo troviamo registrato in età ancora a
noi piii vicina, e cioè nelle epigrafi di epoca gallo-
romana; ma esso è assai anteriore al periodo di
tempo che ce l'ha tramandata, ossia è preromano
e locale, come lo dimostra la glottologia

Si noterà che questo argomento è decisivo per la
nostra questione, solo però per l'età di cui esistono
le prove, cioè per l'età protostorica. Però io credo che
si possa risalire a ritroso la storia dell'umanità, e af-
fermare che, se tale diversità tra i numi dei varii luo-
ghi di culto si riscontra in età in cui i grandi sistemi
religiosi si erano già affermati, tanto maggiormente noi
la dobbiamo ammettere per il periodo più remoto di
cui ci occupiamo (2). Inoltre non va dimenticato che

(') E. Mérimée, De antiquìs aquarum religionibus, Parigi,
1886, pag. 28 e sgg.

(2) Mi sembra pure, del resto, che questa particolarità di
culto possa essere confermata dalle osservazioni che si possono
fare sul carattere generale presentato dalle scoperte preistoriche,
avvenute sin qui nel territorio italiano.

Questi ritrovamenti infatti non danno modo di raggrup-
pare, in unica sintesi, le caratteristiche proprie dei prodotti in-
dustriali usciti dai varii luoghi italiani, nè fissarne norme molto
generali, durante una sia pur ben delimitata epoca, quale può
essere quella della prima età del ferro (che a noi riguarda da
vicino).

I ritrovamenti di questa età, per esempio, ci mostrano
che in Italia vi sono molti centri di cultura ; che da essi si
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