Archivio storico dell'arte — 1.1888

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CRONACA D'ARTE CONTEMPORANEA

In questa parte del fascicolo daremo notizia di
quelle sole opere d'arte che, per l'importanza e la
durevolezza della loro destinazione, o per rara ec-
cellenza universalmente riconosciuta, si può pre-
vedere che passeranno alla storia. Desiderosi di
restare fuori del campo in cui s'abbaruffano le più
varie teorìe, persuasi che poco vantaggio l'arte può
attendere da queste dispute stizzose, ammaestrati,
grazie all'esperienza dei secoli passati, della sin-
golare fallacia dei giudizi che su questa o su quell'o-
pera danno i critici che ne hanno vigilato il na-
scere, noi cercheremo serbarci fedeli al proposito
di registrare qui semplicemente i fatti, nelle for-
inole più brevi con cui essi possono essere an-
nunziati, e di usare sobrietà rigorosa di apprez-
zamenti, più spesso anzi di astenercene all'atto.

Sul punto di congedarci dal 1887, stimiamo non
inutile tracciare un rapido sommario dell'eredità
artistica ch'esso tramanda. L'avvenimento più im-
portante è stato senza dubbio lo scoprimento della
facciata del duomo di Firenze. Quasi tutti sono
concordi nel giudizio favorevole di questa grande
opera, che il De Fabris non ha fatto in tempo a
vedere compiuta. All'organismo generale della fac-
ciata, logico e semplice, si accordano le membra-
ture gentili, le decorazioni garbate che lo stile ri-
chiede, e la cui esecuzione non poteva essere più
accurata. Quest'opera dimostra come il rispetto e
l'amoroso studio degli antichi non sempre produca
un'erudizione fredda, ma possa talvolta infondere
negli artisti di oggidì un calore fecondo, capace
di concepire e di eseguire opere non indegne di
innestarsi a quelle che gli antichi ci trasmisero
imperfette. La grande cattedrale italiana smentisce
l'antica leggenda che le proibiva di aver una facciata.

Così come questa è stata fatta, non piacerebbe
a Leone X, che lodò nel 1515 quella posticcia
che avevano improvvisata il Sansovino e Andrea
Del Sarto, rammaricandosi che tutto il tempio

non fosse di quello stile. Gli umanisti non pre-
giavano se non ciò che poteva adagiarsi entro
l'orbita del loro ideale artistico; ma dopo le
graduali evoluzioni del pensiero, questa facoltà
che i moderni hanno riacquistata, di rifare il
gotico per forza di sentimento riflesso, avrà la
lode dei posteri, poiché infine è certamente lo-
devole l'intenzione di rispettare quello stile che
può dirsi il linguaggio, nei mezzi dell'arte, delle
nostre forti e floride repubbliche.

Resta ora che il tempio abbia il decoro di
porte di bronzo. Un primo concorso, già fatto, è
stato fruttuoso solamente in parte, giacche fu pre-
scelto per la sola porta centrale il progetto del
prof. Passaglia, l'autore del grande timpano che
sovrasta alla porta stessa, una delle più lodate
sculture di quest'ultimo decennio. Speriamo che
nel modellare la porta, egli non dimentichi.un istante
che l'opera sua subirà il confronto formidabile di
quelle del Ghiberti, e attinga forza da questo pen-
siero, benché la spartizione da lui immaginata sia
affatto diversa dalla seconda e più importante
porta del Ghiberti. Chiedendo ispirazioni alla schietta
architettura ogivale, egli ha voluto essere più an-
tico del Ghiberti, il quale presentiva il moto del
Rinascimento; sicché si è messo a priori in un al-
tro campo ; e di questo proposito lo lodiamo per
molte ragioni, compresa questa: che ha scelto la
via più conveniente per rimaner fedele allo stile
del tempio. 11 modelluccio portato al concorso,
benché la Commissione abbia stimato di dover im-
porre al Passaglia alcuni mutamenti, è lavoro no-
tevolissimo, a cui hanno cooperato armoniosa-
mente l'erudizione, un'istintiva tendenza all'arte
mistica e una felice ricerca di nobiltà e di grazia.

Lo scoprimento della facciata del duomo fu ac-
compagnato da feste sontuose e caratteristiche,
degne del grande avvenimento. Mentre l'opera del
De Fabris ravvivava e consacrava le simpatie che
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