Archivio storico dell'arte — 1.1888

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ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE 43

nella generazione vivente destano le manifestazioni
artistiche del secolo XIV, questo sentimento giunse
al punto da destare nei fiorentini la brama di so-
migliare, per alcune ore almeno, a quegli uomini
lontani, d'illudersi nell'idea di uscire per poco dal
proprio tempo ed assumere gli abiti e i costumi di
quei forti antenati. Quindi la superba passeggiata
storica, riproducete colla fedeltà più rigorosa un'en-
trata del Conte Verde a Firenze. Spettacolo passeg-
gero, del resto, di cui non resta traccia che nella me-
moria di chi l'ha visto. Qualcosa di più durevole e di
più degno di essere ricordalo fece Firenze in quel-
l'occasione, e lo fece in ossequio ad uno dei più
grandi artisti ch'essa ha veduto nascere, Donato
Bardi, detto comunemente Donatello, (irli eruditi
sanno che non è ben accertato in che anno co-
sini nascesse; ma hanno pur riconosciuto che,
senza pericolo di grave errore, si potesse cele-
brare il quinto centenario della sua nascita in que-
st'anno medesimo, fondendo opportunamente la
commemorazione colle feste sfesse che si facevano
pel compimento della facciata di Santa Maria del
Fiore. Promosse e dirette dal Circolo artistico fio-
rentino, si fecero dunque le feste a Donatello; vi
concorse il municipio, e si formò un'apposita Com-
missione di cui fu capo il pittore Niccolò Bara-
bino. Fu scoperta una lapide ed un busto, scultura
del Mancini, sulla facciata del palazzo Tedaldi,
ora Naidini, ove Donatello tenne bottega. Poi fu
posta la prima pietra di un monumento onorario
che gli si erigerà dentro la chiesa di San Lorenzo,
ov'è sepolto. Ma, per gl'interessi dell'erudizione e
dell'arte e altresì per l'onore del grand'uomo, quel
che di meglio fu pensato e messo in opera fu
l'esposizione donatelliana. Disporre gli uni accanto
agli altri i calchi di tutte le sculture di Donatello
sparpagliate per l'Europa, offrire il modo di po-
terle studiare e paragonare tra loro con confronto
immediato, di poter dominare coll'occhio, senza
sforzo e disagio, tutti i frutti dell'operosissima vita
di un uomo, il quale può dirsi una delle pietre
miliari lungo la storia della scultura, fu pensiero
sì felice eh'è giusto parlarne con gratitudine.

La facciata del duomo di Milano, quale fu ese-
guita tra il 1807 e il 1813, con disegno di Carlo
Amati e dell'abate Zanoia, non è tale da conten-
tare il gusto dei moderni. Offende specialmente la
mal cercata alleanza tra le porte e le finestre di-
segnate dal Tibaldi, michelangiolista (approvate da
san Carlo) colle forme gotiche del rimanente, di un
gotico poi fai io ad orecchio, colla conoscenza im-
perfetta che potevano avere di questo stile artisti
che lo disprezzavano, agghiadali in quel loro fit-
tizio classicismo. Indetto dunque un concorso mon-
diale nel 1886, molti si misero all'opera, e al tempo
prefisso sono stati in grado di presentare disegni
notevolissimi. Nella relazione ufficiale si leggono

queste parole assai giuste. « Più di centoventi con-
correnti, quasi quattrocento disegni; e non sola-
mente il numero stragrande, ma i pregi di una gran
parte dei lavori, fanno di questo concorso una delle
più nobili e conlrastale gare, che siano state aperte
nell'arte architettonica fra le nazioni civili. » È
stata una bella prova della profondità con cui
possono i moderni intendere le ragioni dell'orga-
nismo gotico e del buon adattamento di quei par-
ticolari leggiadri coi quali si esplica la decora-
zione. Ma al merito dei concorrenti prevalse l'in-
contentabilità della Commissione, la quale, sen-
tendo tutta la gravità del suo mandato, non ebbe
coraggio di scegliere un disegno per l'esecuzione,
e preferì soprassedere scegliendo quindici artisti
per chiamarli all'onore di un'altra gara. Eccone
i nomi: Ferrano, Moretti, Beltrami,Locati, Nordio,
Cesa-Bianchi, Brentano, Azzolini, Ciaghin, Deper-
thes, Weber, Becker, Dick, Hartel-Neckelmann,
Brade. Otto italiani, quattro tedeschi, un francese,
un inglese, un russo. La morte ha tolto di mezzo
quest'ultimo, Ciaghin, sicché la lolla è ridotta a
quattordici.

Degna che se ne faccia ricordo è stata l'esposi-
zione artistica nazionale di Venezia. L'edificio ove
ebbe luogo fu progettalo in massima dall'ingegnere
Trevisanato; ma ne determinò le forme e ne stabilì
le belle decorazioni il signor D' Aronco, e riuscì
opera lodata. Il Comitato generale esecutivo ha
fatto sforzi titanici per la buona riuscita. Ricor-
deremo, a titolo di onore, quelli che, si può dire,
sono siali l'anima dell'impresa: il conte Serego
Degli Alighieri, sindaco di Venezia, il conte Pa-
padopoli, il conte Valmarana e il conte Tiepolo.
Non è sembrato però che l'esposizione adempisse
le speranze suscitate dalle mostre precedenti. Nel-
l'impossibilità di scrivere quanto si riferisce a ma-
teria sì vasta (la qual fatica, del resto, sarebbe
inutile, giacche abbondano le pubblicazioni che
ne trattano diffusamente), noi rammenteremo po-
che opere che parvero degne di speciale atten-
zione. Colombo schernito dai domenicani di Sala-
manca del Bambino; il quale aveva pure portato
all'esposizione una Madonna col putto, oltramon-
dana come la visione di un estatico. Giulio II alla
Mirandola del Tancredi ; Y Ultimo senato del Bres-
sanin; le Gabbrigiane del Tommasi ; le Macchiaiuole
del Gioii. Il Michetti espose molti quadri piccoli.
Dopo le divagazioni degli ultimi anni e le preoccu-
pazioni travagliose della tecnica, egli torna al punto
da cui partì sì felicemente quando dipinse la
Processioìie del Corpus Domini. Sempre una vena
schietta di poesia campestre rischiara e ingenti-
lisce i dipinti di questo artista singolare. Tra i
veneziani principalmente si fecero onore il Nono,
il Ciardi, il Mion. Ma tulli erano superati dal Fa-
vretto, il quale col quadro Al liston oltrepassava
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