Archivio storico dell'arte — 1.1888

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LA QUINTA EDIZIONE DEL " CICERONE „ DI BURCKHARDT

Veda in fine lo studioso indagatore se siano accettabili i giudizi contenuti in una nota a piè della
stessa pagina.1

Dove il dott. Bode s'innalza vieppiù ardito si è nella determinazione di quanto spetta ad
Andrea del Verrocchio come pittore. Poiché egli non solo reputa di potere precisare meglio la
parte che spetta al maestro e allo scolaro nel rinomato dipinto del Battesimo di Cristo all'Acca-
demia di belle arti, ma mette avanti come vero tipo dell'arte pittorica del Verrocchio certa tavola,
da tempo situata nella stessa galleria (a canto alla nota Primavera del Botticelli), rappresentante
/ tre Arcangeli col Tobiolo, e registrata dal catalogo prudentemente quale opera d'ignoto, non
avendo nessuno fin qui pensato ad attribuirla ad altri se non ad un artefice oscuro e subordi-
nato (p. 578).

Più avanti, volendo egli specificare le opere del più caratteristico e spiritoso fra i pittori fio-
rentini del quattrocento, Sandro Botticelli, sarebbe stato desiderabile si fosse limitato alle opere più
spiccate di lui ; rendendolo responsabile invece delle deboli fatture che vanno col suo nome nelle
gallerie Pitti e Corsini a Firenze, Borghese a Roma, ci pare non abbia fatto la dovuta distinzione
fra quello ch'è della mano del maestro e quello che spetta alla sua bottega o alla sua scuola.

Vie maggiore meraviglia ci reca poi il costatare ch'egli, certo nella foga delle indicazioni,
getti in un fascio i diversi pittori dal nome di Rafaellino, dopo le pubblicazioni fatte in proposito
dall'illustre prof. Gaetano Milanesi, dalle quali risulta (non meno che dall'aspetto delle opere
stesse) che altro fu Rafaellino de' Capponi, di cui si ha un quadro 'nella galleria di Santa Maria
Nuova, altro Rafaellino di Carlo, che si rivela in galleria Corsini, e altro Rafaellino del Garbo,
autore della tavola della Risurrezione di Cristo all'Accademia e di altre (p. 584).

Passando a Lorenzo di Credi, gli dà, insieme alla nota pala del duomo di Pistoia, un'altra nel
coro di Santo Spirito a Firenze (Madonna coi Santi Gerolamo e Gio. Battista), che vorremmo
pure esaminata ulteriormente prima di accettarla per tale.

Rispetto alla opinione, divisa, come sappiamo, con altri dotti connazionali, per la quale il pit-
tore fra Carnovale verrebbe ad essere quasi relegato nel novero delle creazioni mistiche, ci pare,
a dir vero, d'indole piuttosto sottile che verosimile, non sapendo, fra altre cose, spiegarci come la
grande tavola (col Ritratto di Federigo da Montefeltro inginocchiato), pervenuta alla galleria
di Brera col suo nome, non avrebbe, fin dall'origine, tramandato quello più grande e più celebre
del maestro, Pier della Francesca, quando avesse buon fondamento il fatto, ammesso dal nuovo
Cicerone, ch'egli stesso ne fosse stato l'autore. Un esame rinnovato delle opere stesse, del resto,
condurrebbe, crediamo, a distinguere il fare del maestro da quello dello scolare, al quale, in fine,
vorrebbe essere conservata anche la tavola più piccola nella chiesa conventuale discosta pochi chi-
lometri da Sinigaglia, che il Bode gli vorrebbe pure disputare (p. 595).

Il libro, in seguito, si rivolge ad altre regioni, incominciando col gruppo di pittori che forma-
rono il lustro dell'arte in Forlì. Lo scrittore quivi non si perita di rivendicare al gran Melozzo un
dipinto, fin qui trascurato, quale si vede sopra un monumento (Coca), in una cappella lungo il
fianco destro, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva in Roma, rappresentante Gesù, come giu-
dice universale, con angeli ai lati (p. 596). Considerata la scarsezza delle opere rimasteci del
grande prospettico, sarebbe un acquisto da non trascurarsi; ma altri ce ne addita un altro pro-
fessore tedesco in un suo volume intitolato dal nome di Melozzo;2 s'intende, opere non per anco
riconosciute per sue. Non vogliamo asserire, dal canto nostro, che siano null'altro che lustre e fan-
tasmagorie di detti scrittori ; nonostante, vorremmo interessare l'onorevole Direzione di questo
periodico a prenderle ad argomento di uno studio speciale, acciò anche fra noi si sappia in quale
conto vadano tenute le accennate rivelazioni intorno a cose nostre, tanto più che nel caso concreto
si tratta principalmente della sfera d'azione esercitata in Roma da uno dei più peregrini artisti del
quattrocento. Uno studio ulteriore intorno alla medesima aggiungerebbe nuovi titoli di benemerenza

1 Quivi, prendendo in considerazione un profilo di donna agli Uffizi, altro a Pitti e un terzo nel museo l'oidi Pezzoli,
tutti ufficialmente registrati per opere di Pier della Francesca, li vorrebbe di un pittore affine a Domenico Veneziano e a
Pietro Poliamolo.

2 È un grosso volume in-4°, in lingua tedesca, intitolato: Melozzo da Forlì, autore il prof. Aug. Schmarsow.
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