Archivio storico dell'arte — 1.1888

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con un braccio inerto il corpo del figlio, mentre abbandona l'altro lungo le spalle della Madda-
lena, che, ginocchioni, coi capelli disciolti, guarda a Cristo, e par che avvicini le labbra amorose
alle labbra del morto. Sull'erta brulla montagna s'addensano le nubi.

La scena è degna d'un forte pittore che dall'antico apprese la semplicità e dallo studio del-
l'animo gli affetti umani. Svolgere il soggetto sacro senza dargli il carattere di quadro storico,
ricorrere alla tradizione, sapendo che la novità non consiste nell'insolita composizione, ma nella
intimità del sentimento: tale fu lo scopo del Maccari, e vi riusci pienamente.

L'amore per la pittura storica, che il Mussini aveva inoculato al Maccari, non venne mai meno ;
cosicché quando apparve a Torino, nel 1880, la sua Deposizione di papa Silverio, rivelò la sua
forte costituzione di pittore che alla storia sa chiedere caratteri, alla natura il vero. Chi non ri-
corda il contrasto della bizantina pompa di Belisario con l'avvilito papa, il cui capo venerando pa-
reva contornato da aureola per la luce che gli cadeva dietro, mentre la folla del clero curiosa, in
tumulto si sospingeva, levando le teste a gara, sino al limitare della stanza fastosa? Il papa stava
là, dritto nella stanza, quasi un Nazzareno in mostra alle turbe: pareva senza anima, senza forze
per sollevare il capo e per muoversi, quasi fosse impacciato nel lungo manto semplice, disadorno
che lo copriva; e la moglie di Belisario, Antonina, luccicante di perle, con le gambe cavalcioni,
abbandonata sui cuscini orientali, derideva al misero; mentre Belisario, accanto a lei, guardava
alla scena cupamente.

Il quadro, all'Esposizione di Torino, fu una nota alta, solenne, in mezzo ai tentativi, agli stu-
dietti, alle pitture di genere, alle quisquilie pittoriche. Era un'opera fortemente sentita, di forte e
largo effetto, dove i particolari ricercati con pazienza di erudito, non venivano a menomare l'ef-
fetto generale. Felice la trovata d'insieme e della luce, che radendo le teste della folla agitata del
di fuori, penetrava nella stanza, rischiarando la veneranda capigliatura bianca di papa Silverio (il
quale proiettava la lunga ombra sui marmi del pavimento), e lasciando in una penombra, fra i
tappeti, i ricami, gli ori, Belisario e la sua femmina.

Quel quadro ed altri pochi alla prima Esposizione di Torino fecero pensare a una nuova fio-
ritura, a un rinascimento dell'arte fra noi. Il Maccari mantenne largamente le sue promesse. Quando
nel 1881 fu bandito, dal Ministero della pubblica istruzione, il concorso per la pittura della sala
gialla del Senato, entrò nella gara, dove artisti insigni gli contendevano la palma; e riusci vinci-
tore. Da allora cominciò il Maccari a raccogliere tutte le sue forze, a studiare con quella grande
coscienza sua. Gli anni passarono, ed egli stava sempre là intento all'opera, coraggiosamente, viril-
mente; e quando nel 1888, verso la fine dell'anno, si videro gli affreschi meravigliosi, fu un coro
di lodi, fu un inno di tutta Roma a lui che con sacrifici, con abnegazione, compi nobilmente una
opera degna della nuova Italia.

L'Italia siede gloriosa, nel mezzo del soffitto, con lo scettro e la bandiera, e par che mediti
la scritta del medaglione: SEI LIBERA . SII GRANDE. E fra gli scompartimenti stanno ornati
bianchi e dorati, dove le aquile imperiali, come quelle già nel Foro Traiano, incorniciate da un
serto, stendono le ali ampie fra i rami d'alloro; e le principali città italiane, raffigurate in basso-
rilievo, sembrano le Muse che facciano corona all'Italia. E in quattro riquadri, corti nei lati minori
della sala, più lunghi ne' maggiori, sono espresse le allegorie delle arti e delle scienze. I forti
fanciulli con arboscelli, con rame di mandorlo fiorito, di palme, coronati di rose, staccano le loro
fresche carni sul marmo pario del fondo, sui tappeti a lobi e a fiorami del Rinascimento, tappeti
verdi a fiorami d'oro. E una dolcezza, un'armonia di tinte, una gaiezza di composizioni, una vera
festa creata dall'arte. E giù, nelle pareti, si spiegano alcune pagine della storia del Senato romano.

Appio Claudio, il venerando senatore, s'avanza verso l'ambasciatore di Pirro, che aspetta in
piedi. Il nobile cieco è condotto nell'aula, ed alza il capo fieramente, come se i suoi occhi senza
luci vedessero il legato del nemico di Roma. I senatori s'inchinano al suo passaggio; ma Appio
Claudio, quasi che non ascolti il salve dei colleghi, si avanza, incerto nel passo, ma con fronte alta,
sicura. E Attilio Regolo, nella grande parete, di faccia alle finestre, dritto sulla nave che lo deve
ricondurre a Cartagine, senza un gesto, con le braccia distese lungo ai fianchi, imperterrito, guarda
al popolo che si agita, alla sua famiglia che chiama e piange. Dietro a lui i Cartaginesi guardano
biecamente, e a lui vicino, in una barca, alcuni parenti o amici si disperano, pregano, gridano;
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