Archivio storico dell'arte — 2.1889

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FELICE BARNABEI

a quelli di Falerii si trovò in una tomba di GaMi nel centro del vecchio Lazio, dove era associato
con buccheri italici a rivestimento nero traslucido, e con vasi calcidesi, decorati a disegno geome-
trico ed a colori minerali cotti a gran fuoco; il che prova che ne durò il costume anche nell'età
in cui il commercio degl'isolani dell'arcipelago fioriva sulle coste della nostra penisola.

Tuttavolta se non mancano argomenti linoni per sostenere che questi vasi l'alisei e gabini, di
cottura meno imperfetta, siano di arte locale, nessun argomento vigoroso potrebbe mettersi innanzi
pèr togliere alla rozza industria degli italici ed assegnare all' industria straniera il vaso di tipo
Villanova proveniente dai sepolcreti antichissimi di Roma del quale sopra si è detto. E perciò nessun
argomento varrebbe a distruggere il fatto che per mezzo di questo vaso più che per altre prove è
confermato, cioè un certo uso della fornace nell'età anteriore a quella in cui la fornace figulina vera
e propria sarebbesi conosciuta in Italia.

Comprendo che nelle cose dell'arte ceramica, come in tutte le altre cose umane, non sia avve-
nuto nò potesse avvenire mai che, trovata una nuova forma o scoperto un mezzo più acconcio per
l'esercizio industriale, siano cessati immediatamente i metodi od i procedimenti anteriori. Non ci è
bisogno di andare in Africa per toccare con mano che ai giorni nostri, quando la mensa del ricco
si adorna dello nitidissime porcellane delle officine di Limoges, continua in molti luoghi l'uso di
stoviglie primitive. Mi basti ricordare le giare dell'agro di Vetralla, che niente hanno da vantare al
di sopra delle più antiche opere a mezza maiolica dei primi tempi dell'arte nuova dopo il mille;
e le giare della bassa valle del Garigliano, che per nulla vincerebbero i più rozzi recipienti del vie
v secolo avanti Cristo, trovati nelle tombe del Lazio e dell'Etruria. Vuol dire che l'arte fece lenta-
mente il suo cammino, vincendo difficoltà grandissime; conquistando a mano mano nuovi mezzi;
imparando nuovi procedimenti, il cui uso venne poi diffondendosi assai più lentamente di quanto si
possa supporre. E di questi nuovi mezzi, di questi nuovi procedimenti tecnici, le sole vetrine esposte
dal municipio di Roma ci offrivano saggi pregevolissimi. Un grande progresso nell'arte si ebbe pei1
il commercio dei Fenicii, ed un progresso maggiore per il successivo commercio degli isolani
dell'arcipelago, prima che si stabilisse in Italia la colonia calcidese di Cuma e si fondassero le colonie
della Grecia continentale nel mezzogiorno della penisola tra Vvm ed il vii secolo avanti l'èra nostra.
Allora impararono gli italici a lare un vasellame di buono impasto, con argilla figulina bene depu-
rala ; ed impararono a cuocere questo vasellame nella fornace vera e propria, ed a dipingerlo con
ornati geometrici, fatti a colori minerali e resistenti al gran fuoco.

Forse più che le stoviglie, con le quali esercitarono poi i dimani il loro commercio fra le tribù
del Lazio e dell'Etruria, giovarono di esempio per questa innovazione dell'industria e dell'arte italica
i vasi apportati dai calcidesi di Eubea, e dai mercanti di Cipro e di Rodi. Di questi prototipi gli
oggetti ricuperati negli scavi di Roma, ed esposti dal municipio, offrivano splendidi esempi. Citerò
il piccolo gruppo, indicato nel catalogo col numero 4301, che dicesi proveniente dalle necropoli
dèll'Esquilino ; e probabilmente fu rinvenuto nell'area detta dei puticoli o nei giardini di Mecenate,
gruppo formato con una tazzetta calcidica a zone di ossido di ferro e di manganese, e da un elegante
bombilio di arte rodia, ornata a fasce dipinte ed a squame graffite. Oggetti simili, specialmente di
arte calcidese e rodia, si ebbero dalle necropoli di Vulci, e furono esposti nella collezione del principe
Torlonia; altri si ebbero dalle tombe falische, dalle cornetane e da altri sepolcreti al di qua ed al
di là del Tevere.

Un maggiore progresso, specialmente per quanto riguarda l'arte vera e propria, si ebbe allorché
col commercio degli isolani dell'arcipelago si unì il commercio di vasai corinzi, e poscia il commercio
dei figuli ateniesi. Non ho visto tra gli oggetti provenienti dagli scavi di Roma ed esposti dal
municipio nessun vaso corinzio vero e proprio; ma ne offriva esempi la prossima vetrina del principe
Torlonia, composta con bellissimi vasi della necropoli di Vulci. Nondimeno tra le cose presentate
dal municipio romano si aveva un saggio assai bello di arte greca pura, nel piccolo gruppo, di oggetti
compresi sotto il numero 2818, trovato, come si dice nel catalogo, in una tomba in piazza Magna-
napoli, al di fuori del recinto dell'età regia. Quivi è un'anforetta, non già di arte etnisca, come
erroneamente nel catalogo è stampato, ma senza dubbio di arte greca, anzi certamente di lavoro
ateniese, a figure nere su fondo rosso, e riferibile all'età tra il vi e v secolo avanti Cristo.

Con questo commercio delle stoviglie greche, il quale arrecò un miglioramento nella produ-
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