Archivio storico dell'arte — 5.1892

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fi LA DiREzroxi:

e sta bene che il Governo, tutore naturale e legale del patrimonio artistico d'Italia, abbia ricor-
dato che, secondo il testamento medesimo di Giovanni Torlonia, esso era designato quale suc-
cessore ai principi Torlonia nella custodia della galleria. L'altra considerazione dell'inseparabi-
lità della galleria Torlonia dall'appartamento del primo piano del palazzo a piazza Venezia
è grotta e meschina. Si poteva non ceder nulla, quando non solo il diritto del godimento
del pubblico si fosse veduto affermato nel testamento di Giovanni Torlonia, ma bensì anche
quando si fossero determinate le cose su cui quel diritto si doveva esercitare. Come abbiam
detto, l'inventario legale della collezione mancava; e quel diritto poteva divenire illusorio. Per
far sì ch'esso non divenisse tale si poteva bene lasciare l'appartamento ov'è conservata la col-
lezione in proprietà dei Torlonia! Basterebbe il gruppo di Canova, Ercole e Lica, il capolavoro
del grande maestro, degno di figurare nell'atrio di una galleria moderna, quale solenne simbolo
di rigenerazione artistica, per fare lietamente il richiesto sacrificio. Ma dell' Ercole e Lica non
si occupò il principe Baldassarre Odescalchi che biasimò in pubblico la convenzione : egli guardò
solo i quadri fiamminghi, e li giudicò tutti falsi. Veramente i quadri dello Snyders, del Verspronck
ed altri non lo sono, e se anche stanno fra essi molte imitazioni e copie, non mancano quadri
importanti degnissimi di nota e di studio. I quattro quadri del Canaletto sono quattro gioielli,
che possono fare onore a qualunque raccolta pittorica ; e fra le copie, quella, ad esempio, di
Giuliano Bugiardini da Baffaello, e l'altra, forse del Clouet, dal ritratto di Enrico Vili di Bol-
bein, possono essere considerate, pel tempo in cui furono eseguite, per gli autori che le esegui-
rono e per le varianti che le distinguono dagli originali, opere originali esse stesse. Non ci trat-
teniamo a discorrere del quadro Venere <• Adone, escito dalla bottega di Tiziano, nò d'altre pit-
ture, a cui VArchivio dedicherà uno speciale articolo. Iìasta a noi il conchiudere che chi pensa
a mettere in atto una grande idea, com'è quella di una galleria nazionale in Roma, non può
essere giudicato alla stregua de'criteri con cui si giudicherebbe, allorché l'istituzione invocata
fosse un fatto compiuto o quasi. Come in tutte le Istituzioni del genere, la selezione dei mate-
riali si fa per ultimo; mentre in sul principio si deve accettare a braccia aperte quel che vieni1,
specialmente quando viene con oneri che, a rispetto dell'intrinseco valore della galleria, sono
assai lievi. Le gallerie private scemano per tutto di numero e di entità, e le opere d'arte che
le costituivano a mano a mano si raccolgono nelle gallerie nazionali. Lna di esse verrà final-
mente, auspice il ministro della pubblica istruzione, a costituirsi a Poma, ove tante gallerie
create con danaro pubblico, con sottrazioni al patrimonio artistico degli Stati ex pontifici, sono
scomparse o scompariranno.

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Fra le gallerie di cui si perderà il nome, oggi ovunque ripetuto, si è quella di casa Sciarra.
Il Ministero della pubblica istruzione da parecchi anni si occupò a risolvere il problema di sal-
vare a lloma la collezione Sciarra, dapprima in modo incerto, nonostante che nel catalogo uffi-
ciale della galleria di Berlino apparisse chiaramente che nel 1873 fu venduto a quella per
40,000 marchi un quadro fidecommissario del Poussin, e finalmente, eletto ministro il Villari, si
agì con le migliori intenzioni del mondo per impedire che il patrimonio artistico di Poma fosse
menomato dei dipinti di casa Sciarra, parte della collezione Barberini. Sfortuna volle che i di-
visameli del Ministero non trovassero facile applicazione, perchè il principe Sciarra attribuiva
alla sua raccolta un valore superiore a quello che esperti giudici di cose d'arte e la Commis-
sione permanente di belle arti vi assegnava. Una raccolta, come quella, recante i nomi dei geni
della pittura italiana e straniera, poteva di fatti essere valutata ogni somma ; ma devesi pensare
che, pel capolavoro della collezione, il Violinista, attribuito a Raffaello, il senatore Giovanni Mo-
relli espresse, con fondamento di buone ragioni e di acute osservazioni stilistiche, l'opinione che
esso si dovesse assegnare a Sebastiano del Piombo. Inoltre, il ritratto muliebre detto la Bella
di Tiziano, non è che un'opera, nella testa malconcia, di Palma il Vecchio, similissima alle donne
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