Archivio storico dell'arte — 5.1892

Seite: 155
DOI Heft: 10.11588/diglit.18091.21
DOI Artikel: 10.11588/diglit.18091.22
DOI Seite: 10.11588/diglit.18091#0190
Zitierlink: i
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/archivio_storico_arte1892/0190
Lizenz: Creative Commons - Namensnennung - Weitergabe unter gleichen Bedingungen
0.5
1 cm
facsimile
I CENACOLI DI GAUDENZIO FERRARI

155

Confesso subito che non mi pare si possa assolutamente ammettere avere il Vasari, pittore
e tecnico valente, asserita in tale argomento cosa infondata. Per lo meno, la pittura sui metalli
doveva essere usata ai suoi tempi. Perciò mi pare ardita l'asserzione del Morelli che « nessun
pittore italiano prima della fine del secolo decimosesto si è mai servito delle lastre metalliche pei
suoi quadri », non ostante la giustezza dell'osservazione che il Vasari non citi poi quadro alcuno
dipinto da Sebastiano del Piombo su metallo. E questa osservazione diventa sempre più importante
quando si consideri che il Vasari enumera con una certa insistenza più quadri dipinti dal Del Piombo
sulla pietra. Con ciò quindi non voglio togliere alcun valore alla preziosa affermazione del Morelli
di non conoscere un sol quadro su rame di pittore italiano della prima metà del secolo xvi ; il fatto
è ammesso da tutti i più illustri conoscitori e critici d'Europa. Mi pare tuttavia assai meglio lo
stare col Venturi, il quale, pure ammesso il fatto contrastato dal Morelli e ritenuta nello stesso
tempo vera l'affermazione del Vasari, vorrebbe accettata l'opinione che dipinti su rame siano
esistiti nella prima metà del cinquecento e siano andati distrutti.

Se non che pure un documento viene in conferma dell'opinione che il Vasari abbia detto
la verità, del quale pare non abbiano tenuto conto quelli che trattarono la questione. Esso ci
venne ricordato fin dal 1865 da Girolamo Amati in una sua lettera romana 1 diretta a Francesco
Cerroti, Bibliotecario Corsiniano, contenente «notizie iuetlife intorno a Sebastiano del Piombo».
In questa lettera parlando, fra l'altro, della morte di quel pittore avvenuta il 21 giugno 1547,
delle sue disposizioni testamentarie, ecc., racconta che il suo erede accedè all' eredità col bene-
fizio d'inventario, e dall' inventario delle masserizie appunto si rivela che il suo segreto per dipin-
gere sulla pietra e sui metalli consisteva nell'adoperare l'olio di ghiande spremuto col torchio.
Dallo stesso Amati venni a sapere che tale inventario esiste nell'Archivio di San Giacomo in Roma,
assieme con altri documenti relativi alla compera di una casa pertinente a tale Ospedale, fatta da
Sebastiano nel 1536, cinque anni dopo aver preso l'abito di Frate del Piombo. Ma di ciò non posso dir
altro, non essendomi stato concesso di praticare ricerche in tale Archivio. Ritorniamo ai Cenacoli.

Il Cotta nel suo Musco Novarese (1701) ed il Bordiga nello sue Notìzie'1 ricordano ancora
una tavola rappresentante la Cena che trovavasi a Gozzano, nella provincia di Novara, in una
cappella a destra, entrando nella chiesa parrocchiale, elegante nella composizione e pregevole per
alcune teste di grande bellezza; ma soggiungono che « essa è sparita, ne più se ne conosce il destino ».
Però (come mi viene riferito da Don Giuseppe Guerrini) la Corografia di Gozzano del Cotta stesso,
interessante manoscritto (1692) presso il Barone Ferrari di Gozzano, non fa cenno di tale tavola,
mentre parla di altri dipinti e cose pregevoli di tale paese; e nemmeno ne fanno parola le odierne
guide di quei luoghi.

Tuttora esiste nella Sala così detta del Capitolo della Chiesa Collegiale di Gozzano una Cena
assai logora e pressoché distrutta. In cornice dorata ed elegante, misura centimetri 63 di lunghezza
per 27 di altezza, su tela consumata dal tempo, finora sfregiata e contusa. Tutta la persona del
Redentore è irreparabilmente distrutta; degli altri apostoli, di cui Giuda siede solo all'innanzi,
non si vede che qualche testa e qualche particolare. Non è possibile giudicare da cosi pochi e
consumati frammenti a chi debba appartenere tale Cena, ma confrontando la maniera con cui è
dipinta colla buona disposizione, si può dedurre essere una cattiva copia di un'opera di merito.
Perciò può anche non mancare di qualche interesse; ma essa non ha nulla a che fare con Gau-
denzio Ferrari.

E qui mi sia lecito manifestare una mia supposizione, che cioè la smarrita Cena di Gozzano sia
quella esistente tuttora nella Sagrestia Inferiore del Duomo di Novara, illustrata più sopra, pure
elegante nella composizione. L'attribuzione stessa della tavola a Cesare da Sesto potrebbe farlo
credere. Ma tutto ciò naturalmente non è che un supposto.

Marcello Oretti, nelle Aggiunte di notizie istoriehe di molti professori di pittura, scultura e
architettura, ecc., non nominati dal Pad" Maestro Fra Peli"" Orlandi nel suo Abecedario Pitto-

1 Arti e Lettere; scritti raccolti da Francesco e Ben-
venuto Gasparoni. Voi. 2°, fascicolo Buffalmacco.

2 Notizie intorno atte opere di Gaudenzio Ferrari ; Pi-
rotta, Milano, 1821.
loading ...