Archivio storico dell'arte — 5.1892

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chitetto Michelozzi per mandare ad effetto il suo proposito di innalzare una cappella in onore di
San Pietro Martire; il che spiegherebbe al tempo stesso l'affinità già riscontrata fra questa cap-
pella e quella del Noviziato in Santa Croce di Firenze, che dal Vasari è dichiarata, per « la bellezza,
comodità ed ornamento, non inferiore a niuna delle muraglie che facesse fare il veramente ma-
gnifico Cosimo de' Medici e che mettesse in opera Michelozzo ». Si deve però osservare come l'attri-
buzione al Michelozzi della casa del Banco Mediceo in Milano non sia sufficientemente provata da
documenti: l'edizione del Vasari, annotata dal Passigli (Firenze 1832), asserisce che l'igeilo ebbe
ad edificare « colla direzione di Michelozzo questa sontuosa, semplice ed elegante cappella sul mo-
dello di quella fatta a Firenze dal Brunellesco nel chiostro di Santa Croce per la famiglia Pazzi »,
ed i successivi annotatori del Vasari hanno ripetuto tale asserzione ; ma la verità si è che nella
lunga e minuta descrizione di questa casa, fatta dal Filarete nel libro XXV del suo Trattato iti
architettura, ed accompagnata anche da un disegno nel codice Magliabechiano, non si fa alcuna
menziono di Michelozzo, il quale artista non è citato dal Filarete che incidentalmente nel
libro VI, riguardante l'architettura militare. Si potrebbe giudicare questo silenzio come l'effetto
di una rivalità professionale fra il Filarete e il Michelozzo, entrambi architetti fiorentini che si sa-
rebbero trovati a lavorare in Milano durante il governo di Francesco Sforza: ma la minuta descri-
zione del Banco Mediceo fatta dal Filarete esclude tale supposizione: se poi ci riportiamo allo
scritto più antico che menzioni la cappella di San Pietro Martire, e cioè alla cronaca del domenicano
Gaspare Bugati (1524-1588) vediamo come verso la metà del secolo xvi non sussistesse la tradizione
che il Michelozzi fosse l'architetto della cappella, poiché nella cronaca si fa solo questa menzione :
« 1462. In questo tempo Pigolio Portinaro nobile fiorentino favorito molto dal principe Sforza fece
fare la capella del capo di San Pietro Martire di eccellente architettura e pittura. Il pittore fu Vin-
cenzo Vecchio in quella età raro. Finita di tutto ponto l'anno 68 ».

Per la verità storica quindi dobbiamo limitarci a riconoscere nella cappella di Portinari un
monumento nel quale spiccano alcune forme architettoniche del rinascimento toscano, senza per
questo riconoscervi sicuramente l'opera del Michelozzi. Anzi, il vedere in mezzo alle forme del puro
rinascimento toscano, sussistere la forma medioevale delle bifore e sesto acuto, per quanto ag-
graziate dalla disposizione di colonnine a candelabro, ci induce a credere che il concetto fonda-
mentale della cappella di Portinari, anziché essere la creazione di getto di un artista, non sia che
la risultante di una combinazione fra le nuove forme importate da un artista toscano e le forme
tradizionali locali. 1

Il breve cenno della cronaca del Bugati riesco più concludente per quanto riguarda la
decorazione pittorica della cappella, sebbene l'accenno non sia nò chiaro nò completo. Non è chiaro
perchè il nome di Vincenzo Vecchio si è prestato a svariato attribuzioni : non completo, perchè,
osservando le composizioni pittoriche che fregiano le pareti e la volta della cappella, non è pos-
sibile giudicarle come opera di un solo artista.

l'iù di qualsiasi descrizione, varrà la riproduzione che presentiamo delle composizioni pit-
toriche. La scena dell'annunciazione si svolge sulla zona che sovrasta l'arcata della cella per
l'altare: sulla zona di fronte, e cioè al disopra dell'arcata d'accesso alla cappella, sta la scena
dell'assunzione della Vergine al cielo: nelle due fronti laterali, dimezzate dalle finestre, si svol-
gono quattro scene della vita del Santo : a destra di chi entra, la scena della predicazione col
miracolo della nube, e il miracolo dell'ostia che mette in fuga un falso taumaturgo: a sinistra,
l'episodio della guarigione miracolosa di un giovane, e la scena del martirio. 2 Nei pennacchi che

1 Abbiamo un altro esempio coevo ed altrettanto si-
gnificante di questo accoppiamento di forme importate
e di forme locali, nell' Ospedale Maggiore ; costruzione
nella quale l'architetto toscano Filarete si è largamente
acconciato alle tradizioni deirarcliitettura lombarda in
terracotta.

2 M. Caffi nella sua descrizione della cappella ricorda
come il Lomazzo, nel Trattato della pittura, abbia os-

servato clic « in questi affreschi vedovansi sfuggire i
« piani e le altezze calare dolcissimamente e che dessi
« stavano sopra l'occhio quattro nomini, con che non
« saprei davvero che cosa intendesse esprimere ». Panni
che la frase del Lomazzo debba interpretarsi così, che
gli affreschi erano all'altezza di circa metri sette dal-
l'occhio del visitatore.
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