Archivio storico dell'arte — 6.1893

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RECENSIONI

nere diverso ci si offre negli affreschi del nostro
Bernardino Luini, acquistati come si sa sotto il
governo di Napoleone III nel pai. Litta di Milano,
nei quali ben si constata la bellezza molle ad un
tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo.

Della sala detta dei sette metri e dei tesori che
racchiude chi non si rammenterebbe dopo aver vi-
sitato il Louvre? Le riproduzioni cominciano dal-
l'offrirci una serie di opere toscane, da Giotto fino
a Vincenzo da S. Gemignano. Vi primeggia per
importanza la grande tavola di Fra Filippo Lippi
(Vergine col Bambino con due santi inginocchiati
e schiere d'angeli) eseguita nel 1438 per la chiesa
di Santo Spirito di Firenze. Condotta a termine
quando il pittore contava 36 anni, vuol essere no-
verata, come osserva il Cavalcaseli e, fra le più Mini-
site sue composizioni. Ci reca meraviglia invece
che non sia stata illustrata graficamente la piccola
perla dell'Annunciazione, che il Catalogo esita an-
cora a determinare col nome di Leonardo da Vinci
(n.° 1265). Entrata al Louvre col Museo Campana
nel 18(!2, la critica tedesca insieme all'italiana
unanimamente ebbe a ravvisarvi una creazione
giovanile del grande maestro toscano, che a dir
vero pare superi davvero quanto dalle forze del
modesto Lorenzo di Credi si poteva aspettarsi, al
quale fin qui veniva attribuito. 1

(ili è in questa sala che si trovano le mirabili
opere di Andrea Mantegna, che costituiscono uno
dei precipui vanti del nobile Museo. Nitidamente
riprodotta fra queste la Madonna della Vittoria,
così chiamata per essere stata commessa al pittore
in commemorazione della battaglia di Eornovo
(a. 1496), nella quale il marchese Francesco Gon-
zaga si stimava di aver vinto Carlo Vili. Cosi
pure il soggetto mitologico del Parnasso, dagli ag-
graziati motivi, già decerante insieme a quello
della Virtù trionfante dei Vizii il gabinetto della
duchessa isabella in Mantova.

E in mezzo a questi quadri eccone un altro
(die ha per noi un valore ed un interesse parti-
colare. E la grande tavola della V'ergine col Putto
tra i santi Sebastiano e Giov. Batt. e i devoti
della famiglia Casio, il lavoro più elaborato e più
complesso del pittore gentiluomo milanese Gio-
vanni Antonio Boltraffio, altro fra i più eminenti
scolari di Leonardo da Vinci. E qindio stesso che
si rovo compreso in un cambio fatto nel 1812
dalla Pinacoteca di Brera con quella del Louvre. 2

1 Vedasene la fotografia di Brami.

2 V. i ragguagli in proposito nel nuovo Catalogo

Passiamo ora nella Grande Galleria. Qui ci
si affaccia poco stante l'opera più spiritualmente
fine e bella fra quante sono mai state eseguite,
vogliamo dire La Madonna delle roccie, proveniente
dalla raccolta di Francesco I. Londra notoriamente
da pochi anni in qua ne possiede la replica nella
sua Galleria Nazionale, lusingandosi di possedere
un altro originale, laddove un opportuno, attento
confronto dovrebbe persuadere ogni buon conosci-
tore che non è se non una riproduzione della
Scuola, sensibilmente più grossa e più pesante
nelle forme, tanto delle figure quanto degli acces-
sori, di quel che sia l'esemplare di Parigi.

Felice è la scelta della tela di Paolo Veronese,
rappresentante la Gena iti Emaus, fra i quadri di
scuola veneta. Il soggetto serve di pretesto all'in-
gegnoso artista per raccogliere pittorescamente in
un sol tutto una moltitudine di figure robuste e
vivaci, fra le quali abbondano i ritratti.

Quindi due ritratti insigni: quello di Baldas-
sare Castiglione del 1515 circa, concepito da Ra-
fael Io in modo analogo a quello di Bartolo e Baldo
della Galleria Loria di Roma e quello presunto di
Lucrezia Crivelli, sempre dato a Lionardo da Vinci.
E questo un soggetto che vuole essere raccoman-
dato ad uno studio ulteriore dei critici, dal quale
crediamo risulterà che il vero autore sia uno sco-
laro lombardo di Leonardo (forse il già nominato
Boltraffio), serio, distinto, accurato bensì, ma man-
cante di quella sovrana grazia, di quella disinvol-
tura e leggerezza di tocco che costituisce il ma-
gistero misterioso ed incommensurabile dell'autore
didla Gioconda e della Madonna delle roccie.

() chi è poi quel Giovanni da Calcar, tedesco,
di cui ci si presenta una effigie d'uomo a mezza
figura, la destra appoggiata sul piedestallo di una
colonna, la sinistra al fianco? 11 rappresentato
vuoisi uno della famiglia Boa di Venezia; il suo
stemma vedesi appeso al fusto della colonna. Lo
scrivente confessa che gli mancano i termini di

J confronto da addurre a conferma dell'attribuzione,
(die dev'essere di antica data. 1 l'are uno (die abbia

! imparato da Tiziano, dal Licinio, un precursore
starei per dire del Moroni, essendo il quadro da-
tato del 1510, quando questi doveva essere in età
di tre lustri o poco più.

della Pinacoteca di Brera del Dott. Giulio Carotti, non
I meno che nel Catalogo del Louvre.

1 Avella r. Galleria di Berlino viene indicato per
opera di Giov. da Calcar un altro ritratto d'uomo ; non
per altro criterio tuttavia che quello dell'affinità con
quello del Louvre.
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