Archivio storico dell'arte — 7.1894

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dell' intensità del sentimento, ma certo minore l'abilità e l'attitudine a renderla; cosicché
questo potrebbe anche essere un buon argomento, come osserva lo stesso Symonds,
per sostenere che gli affreschi di Pisa non sono opera dei Lorenzetti, visto, egli dice, che
ciò che essi fecero a Siena è di una bellezza meravigliosa. Ma quali rapporti di stile possano
poi riscontrarsi fra il Trionfo della Morte e il Giudizio e questi Anacoreti, non solo per
1' intonazione generale, ma per il carattere delle figure, e per lo spirito con cui son dipinte,
noi non abbiamo saputo scorgere anche dopo accuratissimo studio : anzi per lo studio ac-
curato ci siamo più che mai convinti della distanza che passa fra l'una e l'altra pittura ;
e secondo noi può affermarsi senza timore d'andare errati, che fra questi differenti affre-
schi, che si vorrebbero dello stesso artista, non esiste alcun rapporto da poterli paragonare,
e molto meno scambiare fra loro. E poiché il Milanesi, per aver trovato in un codice, che
un Bernardo dipinse in Campo santo lo Inferno, dà a Bernardo Daddi oltreché questa pittura
anche il Trionfo della Morte e il Giudizio, noi dovremo col Cavalcasene ricordare, che le
pitture del Daddi appartengono sempre alla maniera giottesca, le composizioni di lui hanno
quelle forme e quei caratteri che più o meno bene riscontransi nei lavori dei seguaci di
Giotto, che il disegno infine è convenzionale, difettoso il nudo e il colorito triste e mo-
notono. 1

III.

Non v' ha dubbio che fra i due Lorenzetti, Ambrogio, il solo che ci sia ricordato dal
Ghiberti, fu quello che dimostrò abilità tecniche e intelligenza superiori; è quindi logico che
sia gran differenza di tecnica e d'intelligenza fra gli affreschi di Siena, nei quali Ambrogio
solo mise la firma, e quello di Pisa, che il Vasari ci dice eseguito da Pietro Laurati dopo essere
stato a Firenze : benché fosse anche da ricercarsi, come abbiamo detto, se sia proprio da
attribuirsi a Pietro Lorenzetti quest' affresco, nel quale sono rappresentati più di trenta
episodj della vita di molti Santi ed Eremiti sulla stessa parete ove son dipinti gli affreschi
dal Vasari attribuiti ai fratelli Orcagna. E poiché fra queste differenti pitture i signori
Cavalcaselle e Crowe trovano caratteri di somiglianza, così sarà bene studiare in che
questa somiglianza effettivamente consista, cominciando intanto col ricordare come essi
stessi affermino, che nel disporre le figure e ripartire i gruppi, il Lorenzetti nell'affresco
degli Anacoreti ha seguito il metodo della Scuola bizantina, metodo che avrebbe poi e non
si sa perchè, abbandonato negli altri due rappresentanti il Trionfo della Morte ed il Giu-
dizio. Ma ammesso anche che il diverso soggetto portasse e richiedesse trattamento diverso
di metodo, è egli possibile concedere che se fossero dello stesso artista vi si riscontrerebbe
così assoluta diversità oltre che nella composizione, nel disegno anche e nella tecnica?
V ha forse fra le figure del Laurati, alcuna che possa paragonarsi per grandiosità e atteg-
giamento drammatico all'Arcangelo in piedi sulle tombe, o al Cristo maledicente nell'af-
fresco del Giudizio ; per verità ed espressione, agli storpiati invocanti la morte, ai cavalieri
della cavalcata, o al gruppo dei giovani sotto gli aranci, nel Trionfo della Morte ? E qual
relazione fra i monaci stessi del quadro del Laurati e gli eremiti intorno alla chiesetta
sopra la storia di San Macario?

Le doti distintive degli Anacoreti del Lorenzetti sono, scrivono i signori Cavalcaselle
e Crowe, la forza selvaggia data all'austero aspetto del solitario, l'energia e la robustezza
del carattere : e in questi vedesi lo stesso modo di vestire, la stessa esecuzione e lo stesso

1 II Cavalcaselle. nonostante questa notizia, per
i caratteri che mostra la pittura non può ritenerla
di scuola fiorentina: se pure non si volesse ammet-
tere, scrive egli, che il Daddi dipingesse la parte

dell'affresco rappresentante l'Inferno seguendo la
maniera senese del Lorenzetti e dipingendo anche
in loro compagnia come assistente. Loc. cit., voi. II,
p. 435, nota 3.
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