Archivio storico dell'arte — 7.1894

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MISCELLANEA

sino designò in modo molto significante coll'epi-
teto di " magistra Latinitas. „ Sicché nella deco-
razione pittorica di Sant'Angelo in Formis si
avrebbe da riscontrare quasi F incrociamento delle
due correnti — l'indigena latina, cioè, e la bizan-
tina — che nel secolo xi nell'Italia meridionale
fiorirono una accanto all'altra. Sull'isola di Rei-
chenau troviamo in vigore esclusivamente la prima,
a Sant'Angelo in Formis tutte e due s'incontrano
nello stesso monumento.e vi ha luogo una certa
compenetrazione di ambedue le correnti. Poiché,
anche in quanto alle pitture della nave principale,
si deve concedere che in certi punti, p. e. nel ma-
neggiar dei panneggiamenti, vi spiccano influenze
bizantine ; il che del resto non potè essere altri-
menti, visto i molteplici e vivaci contatti serbati
dalla Badia di Monte Cassino così cogli avanzi
della dominazione bizantina in Italia, come anche
— dopo che questa andò in rovina — colla Corte
di Costantinopoli stessa.

In un secondo contributo di minor mole ed im-
portanza il prof. J. Strzygowski, nello stesso An-
nuario rende di pubblica ragione alcune sue osser-
vazioni sulle tanto rinomate quanto enimmatiche
porte di Santa Sabina a Roma (Das Berliner Moses*
Belief unti die Thuren von Santa Sabina in Boni).
Dal confronto della rappresentazione della Voca-
zione di Mosè in un bassorilievo (probabilmente
una stela funeraria) che, proveniente da Costanti-
nopoli, non ha guari, entrò nel Museo di Berlino,
e al quale il nostro autore, giudicando dallo stile
e dal fare tecnico, assegna come data d'origine il
secolo vii incirca, con quella di simile soggetto in
uno degli scomparti della porta di Santa Sabina egli
stabilisce l'analogia iconografica, benché non quella
formale fra le due opere in discorso. Una simile
analogia egli trova pure fra la rappresentazione
di soggetto inesplicabile su un rilievo mutilato nel
museo di Tschimili-Kjoschk a Costantinopoli, e fra
quelle del Dono della legge e l'Incontro di Cristo
con le tre Marie sulla porta di Santa Sabina. Per
mettere, poi, in generale in maggior lume la forma,
l'ordinamento originale di quest'ultima, il nostro
autore crede di poter addurre parecchi bassori-
lievi di marmo esistenti in tre chiese di Costan-
tinopoli (Agja Sofia, Kalender Dschami e Kahrijé
Dschami), e che rappresentano imitazioni di porte,
probabilmente di legno, esistenti anteriormente al
secolo vi, al quale l'autore attribuisce appunto le
sopraccennate loro contraffazioni in marmo. Queste
ultime hanno in comune che ciascuno dei due bat-

tenti viene ripartito nel senso dell'altezza da stri-
scie profilate in cinque riquadri di eguale lar-
ghezza, ma di altezza diversa, cioè due riquadri
di maggior altezza fra altri tre di minore altezza,
appunto come si verifica anche nella porta di Santa
Sabina. Il che farebbe pensare che quando quest'ul-
tima fu composta dagli avanzi di esemplari ante-
riori, si abbia avuto riguardo all'ordinamento dei
rilievi su quei modelli anteriori, nei quali si do-
vrebbero pure ravvisare i modelli dei rilievi mar-
morei imitanti appunto porte in legno. Queste
ipotesi del nostro autore vengono appoggiate anche
dalla contemporaneità approssimativa dell'origine
di ambedue le opere. Che non si sia conservato
alcuno degli originali de' loro modelli, si spiega,
del resto, semplicemente, se si consideri ch'erano
lavorati, come le parti costitutive della porta di
Santa Sabina, di legno, e perciò soggetti da per sé
a prematuro deperimento se anche fossero scam-
pati alla rabbia degli Iconoclasti. Il solo avanzo
di siffatte porte protobizantine sarebbe, dunque,
quella di Santa Sabina, ed ella andrebbe debitrice
alla sua esistenza soltanto alla circostanza, che si
trovò già prima dell'epoca degli Iconoclasti su
terra italiana, e vi fu gelosamente e con ogni cura
conservata.

Il terzo contributo spettante all'arte italiana
nel volume in discorso è un notevole studio del
prof. Francesco Wickhoff sulle pitture di Raffaello
nella Camera della Segnatura nel Vaticano (Die
Bibliothek Julius II). In esso lo spirituoso autore
giunge a una spiegazione affatto nuova e molto
più semplice di tutte quante finora ne furono ten-
tate del pensiero fondamentale che presiedette alla
concezione dei detti affreschi, della quale egli,
piuttosto che a qualche erudito della Corte ponti-
ficale, rende il merito al papa stesso, richiaman-
dosi alla testimonianza esplicita del primo biografo
di Raffaello, Paolo Giovio, che asserisce essere
eseguiti dietro la prescrizione di esso (ad j/fuc-
scriptum Julii Pontifìcis). Il Wickhoff dimostra,
primieramente, che la distribuzione degli affreschi
in questione divisi, come si sa, in quattro scom-
partimenti sotto l'egida, per così dire, delle quat-
tro figure allegoriche della Teologia, Filosofia,
Giustizia e Poesia, rappresentate in medaglioni
sulla vòlta della sala, fu suggerita al pittore, piut-
tosto che dal modo della distribuzione della libreria
ducale di Urbino (come egli ne aveva cognizione
se non " de visu „ certamente dalla descrizione
contenutane nella ben nota Cronaca rimata del suo
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