Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 13.1903

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NEMUS ARICINTJM

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Quando un rex Nemorensis è ucciso, lo spirito della
vegetazione passa nel suo successore. Noto che sotto
questo riguardo il Frazer non fa che ampliare e com-
pletare un concetto già espresso dall'Hartung (').

Con la vita del rex Nemorensis è legata la vita
della vegetazione: se egli si ammala, o indebolisce
per vecchiaia, la vita della vegetazione si affievolisce ;
perciò è necessario che egli la trasmetta nel suo suc-
cessore, mentre è ancora in pieno vigore : di qui il co-
stume del duello, che è forse raddolcimento di un
altro uso più crudele, per cui il rex Nemorensis era
messo a morte dopo un tempo determinato (2). Il ra-
moscello che doveva esser colto da chi aspirava al com-
battimento col rex Nemorensis era il visco che cre-
sceva su una quercia (3). Lo stesso spirito incarnato
nell'uomo anima anche l'albero, dalla vita del quale
dipende la vita del sacerdote (4). Per uccidere il sacer-
dote è necessario rompere il visco, in cui sta la vita
della quercia, e quindi lo spirito che la anima. In
tempi di maggiore barbarie, il rito doveva essere di-
verso: ogni anno il sacerdote era bruciato, morto o
vivo, nella festa che si celebrava alla metà d'estate,
sopra un rogo formato dal legno della quercia. — Sic-
come poi la quercia è l'albero sacro a Giove, così, in
ultima analisi, lo spirito che s'incarna nel rex Ne-
morensis è quello della suprema divinità degli Ariani.

A queste conclusioni il Prazer arriva con uno studio
ampio delle religioni e delle credenze popolari di gran
parte del mondo, e con grande finezza e potenza di
ragionamento. Ma, esaminando gli argomenti su cui
tutta la costruzione posa, è facile riconoscere che essi
non sono altro che analogie, e, per di più, analogie
parziali. Nulla che benché lontanamente ricordi quello
che il Prazer crede di trovare nel bosco di Aricia si

(') Die Religion der Eómer, II, p. 216. V. sopra pp. 361-
362 e nota 1.

H II, pp. 59-60.

(3) Questo il Frazor ritiene per la sola ragione che il ra-
moscello d'oro colto da Enea per ordine della Sibilla prima di
discendere nell'Ade, che secondo Servio appartiene alla stessa
pianta, è da Virgilio paragonato al visco : Aen. VI, 140 seg. : « Sed
non antea datur telluris operta subire, Auricomos quam qui de-
cerpserit arbore fetus ...» 204 e seg.: «... Discolor unde auri
per ramos aura refulsit. Quale solet silvis brumali frigore viscum
Fronde virere nova, quod non sua seminat arbos, Et croceo
fetu teretis circumdare truncos: Talis erat species auri fron-
dentis opaca Ilice: sic leni crepitabat bractea vento.

C) III, 450.

riscontra in tutta l'antichità classica ('), onde questa
del Prazer, se può apparire una bella ipotesi, resta
pur sempre nulla più che un' ipotesi (*).

Un'altra spiegazione è possibile, che può trovare, se
non una dimostrazione, almeno qualche punto d' ap-
poggio in quel poco che ci è noto dell'antichissima re-
ligione italica. Del culto degli alberi, proprio del pe-
riodo di religione naturale che il Preller, seguendo
gli antichi, chiama periodo di Fauno, restano in tempi
più progrediti molti avanzi : tale, per Roma, la festa
dei Lucaria, di cui parla Paolo La larga parte
che hanno gli alberi nel culto nella religione romana
appare da tutta la letteratura latina (4).

Gli alberi di un bosco sacro non potevano essere
abbattuti, ed anche quando dovevano essere portati
via dal bosco perchè erano caduti per vecchiaia, erano
necessarie delle pratiche espiatorie per allontanare l'ira
degli dei. Tali i piacula stabiliti negli Atti dei fratelli
Arvali quando si doveva trar fuori dal bosco sacro di
dea Dia un albero o un ramo (5). Per diradare un bo-
sco occorrevano pratiche espiatorie (fi). Tali pratiche
sono destinate ad allontanare l'ira della divinità, che
si offendeva dell' ingiuria recata al bosco sacro (7). E
nel caso che le pratiche non si osservassero, la divi-
nità, adirata, doveva punire il violatore. In qualche
caso, gli uomini si fanno ministri della vendetta degli
dei. E la pena è terribile, è la pena capitale. Una legge

(1) Lo riconosce e lo dichiara il Frazer stesso, I, p. 3.

(2) L. Marillier, pur riconoscendo il valore grandissimo
dell'opera del Frazer per la storia delle religioni, notava dopo
la prima edizione: «Ce que l'on peut dire, c'est que ces rites
sont les rites mémes auxquels les Italiotes auraient éte's amenés
s'ils avaient eu les manières de penser et de croire que leur
attribue M. Frazer et qui sont en fait celles que la très grande
majorité des sauvages actuels ». M. Frazer et la Diane de Nemi
in Reme de Vhistoire des réligions, XXV (1892), p. 89.

(3) Festi excerpta, P. 119.

(4) V. l'opera del Boetticher Der Baumkultas der Hellenen.

(5) Henzen, Acta fratrum Arvalium, p. 136 e seg. Non c'è
menzione di alcun piaculum solo in un caso (Henzen, p. 136), in
cui l'albero caduto per vecchiaia è usato per sacrifici nel bosco
stesso: « eum arbor vetustate in luco deae Diae cecidisset,ut in
luco ad sacrificium consumeretur,neve quid ligni exportaretnr... ».
Ne parla anche Jordan, Kritische Beitràge, p. 277 e seg. Boet-
ticher, Der Baumkultus der Hellenen, p. 190 e seg., accanto a
questi dà molti esempi di simili espiazioni nella religiono greca.

(6) Catone, De re rustica, 139, dice il modo di « lucum
èonlucare romano more» con piacula.

C) Il contadino, nella preghiera che rivolge a Pales, nelle
Palilie, dice. , « Si mea falx ramo lucum spoliavit opaco... Da
veniam culpae ...» (Ovidio, Fast. IV, 753-755).
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