Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 13.1903

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NEMUS ARICINUM

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Ateniese, secondo Eliano (') stabiliva che fosse pu-
nito con la morte chi avessse tagliato un albero sulla
tomba d'un eroe, o ne avesse portato via il legno (2).
e alla stessa pena per chi abbia violato gli alberi,
allude per l'Italia una glossa di Paolo (3) « Capi-
talis Incus, ubi siquid violatum est, caput violatoris
expiatur ».

Da questo culto degli alberi io credo che possa essere
derivato il rito che vigeva nel nemus per la succes-
sione del rex Nemorensis. — Chi desiderava di suc-
cedere nell' ufficio al rex Nemorensis, prima di venire
a combattere con lui, doveva staccare un ramoscello
da un albero del bosco che a nessun altro era lecito
toccare. In tempi storici quest'atto necessario appare
come qualche cosa di accessorio, tant'è vero che mentre
è così frequente la menzione diretta o indiretta del
rex Nemorensis, solo Servio conserva il ricordo di
questo particolare. E probabilmente Servio stesso ci
riferisce non un atto che realmente si compiva, ma
che una tradizione locale diceva si dovesse compiere.
Ma si può ritenere che questo, divenuto più tardi un
atto rituale d'importanza secondaria, di cui non si
comprendeva il significato, e che forse non si compiva
neanche più, fosse in origine la causa del duello col
rex Nemorensis. Il candidato al duello doveva, e nessuno
all' infuori di lui poteva strappare quel ramo : si pre-
senta da sè l'idea che quest' uso risalga ad un altro
più antico per cui chiunque avesse strappato un ramo
era condannato a morte. E siccome chi rompeva il ramo
era necessariamente destinato a morire o per mano
dell'antico rex Nemorensis con cui si batteva a duello,
o, riuscendo a vincere il rex antico, alla sua volta,
per mano del suo successore, il violatore in ogni caso
moriva di morte violenta. E chi più atto ad inflig-
gere la morte, che un altro, il quale si trovi nella
stessa condizione; che, avendo offeso egualmente la
divinità, è ad un tempo vittima e strumento della
sua collera?

Il bosco d'Aricia era, per usare la parola di Paolo,
capitale (4). E 1' atto rituale di staccare un ramoscello

(') lloixiXr}? laxoqlag E, 17.

(2) V. Boetticher, Ber Baumkultus der Hellenen, p. 195.
0) Pesti excerpta, P. 66.

(4) Avrebbe potuto essere capitale anche solo un albero del
bosco, ma mi sembra più probabile che fosse capitale il bosco

si spiegò così: perchè uno dei contendenti non potesse
essere sopraffatto dal numero, ed avesse un solo av-
versario, era necessario che un determinato ramo fosse
staccato da chi aspirava al duello (').

Il regnum sarebbe il bosco, e il rex sarebbe quasi
il guardiano : la sua relazione col nemus sarebbe
quindi non soprannaturale, come vuole il Frazer, ma
umana.

Quale fosse poi la divinità a cui il bosco era sacro,
è ben difficile determinare. È naturale pensare a Virbio,
che il nome manifesta demone della vegetazione : e fa
impressione anche un altro punto di contatto tra Virbio
e il nemus. Secondo Servio (2) l'immagine di Virbio
« nefas erat attingere », e dell' albero sacro del Nemus
" infringi ramum non licebat »(3).

Nel fitto bosco Aricino che per la sua posizione
doveva risentire debolmente l'influenza della civiltà
che progrediva rapidamente dove le comunicazioni erano
più facili e più frequenti, si sarebbe così conservato
anche durante l'impero un uso che trae la sua ori-
gine dall' antichissima religione italica.

Il trovare nel nemus Aricinum un rito che, in
qualunque modo si voglia spiegare, ci riporta certa-
mente ad un tempo assai antico, e il trovarvi poi lo-
calizzato il culto di Diana, proprio di tutta la stirpe

intero. A singoli alberi si prestò culto nell'antichità: essi erano
l'immagine o l'abitazione d'un dio; ma non si capirebbe come,
in principio, quello che doveva essere un fallo compiuto invo-
lontariamente, si potesse compiere, essendo cosa assai facile il
guardarsi dal recare danno ad un albero, che doveva avere anche
dei contrassegni da cui appariva il suo carattere di sacro (Boetti-
cher, Der Baumkultus der Hellenen, p. 39 sg.). Per il bosco
d'Aricia Servio parla, è vero, di un determinato albero {arbor
quaedam), ma mi sembra facile a spiegarsi come, quando non
si comprendeva più l'importanza che un tempo aveva avuto
l'atto di staccare qualsiasi ramoscello del bosco, si favoleggiasse
che fosse necessario staccare un ramo da un albero determinato,
se questo fosse riuscito.

(') Lo attesta Servio, Ad Verg. Aen. VI, 136 : « fuit arbor
quaedam .... ramus enim necesse erat ut et unius causa esset
interitus ». Quello che dice il Birt (Roschers mytìtologisches Le-
xicon, I, 1005), evidentemente fondandosi su questo passo, a
cui dà un'interpretazione diversa, che il duello dovesse aver
luogo senza far uso di alcuna altra arma fuorché del ramoscello,
non si può in alcun modo sostenere, essendo il duello non
mitico, ma reale in tempi pienamente storici. Con tale inter-
pretaziene contrasta anche quello che dicono Strabone (V, 3, 12):
^upriQtjg ovv iati, dei, ecc. ri e Ovidio (Ars amai. I, 260), « ...
Partaque per gladios regna nocente raanu».

(*) Ad Verg. Aen. VII, 776.

0>) Serv. Ad Verg. Aen. VI, 136.
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