Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 14.1904 (1905)

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CAMARINA

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muliebri, che stringono con lo mani le poppe; quattro
maschere muliebri attorno all'orlo del piatto hanno
qui un officio meramente decorativo; ma non è chi
non veda come nella sua composizione generale questa
modesta opera si riconduce ad esemplari più grandi
in lamina. La fabbricazione e la provenienza da Rodi
non è esente da dubbi; l'impasto è simile a quello
del bucchero non affumicato; ed in ogni caso sono
tali e tanto intimi i rapporti coi buccheri dell'Etruria,
che il Pottier non ha esitato a dire, che tale vaso
« potè essere fabbricato a Eodi ad imitazione dei pro-
« dotti etruschi... o che dei modelli consimili intro-
« dotti dai paesi greci in Etruria hanno determinato
« la creazione della coppa etnisca a cariatidi (VII-
« VI sec.) ».

Ed è infatto nella famiglia dei buccheri etruschi,
clie io trovo l'esempio più acconcio al caso nostro;
vi ha qui tutta una serie di coppe tronco-coniche,
sorrette da gambe piatte (7zv&fiévei), alternatamente
lavorate a giorno, e decorate di ligure in rilievo, che
hanno appunto l'ufficio di cariatidi; scelgo fra codeste
l'esemplare del Louvre, op. cit., tav. XXVII, C. 659,
del VI sec, perchè la figura muliebre che serve di
sostegno, vestita di un chitone ionico stretto da cin-
tura, e colle braccia elevate nello stesso schema
dalla camarinese, ricorda un tipo del tutto greco.

Non meno acconci al caso nostro sono un bic-
chiere in bronzo con quattro figurine muliebri di so-
stegno, a cui fanno opportuno riscontro due bicchieri
ceretani in bucchero, puro sorretti da figure e da
puntelli aniconici (').

Ora due fatti generalmente accettati mi preme di
mettere in rilievo a proposito di codesti vasi, e cioè,
che essi derivano dagli èkàa^wxa e dagli a<pvqélaru
della Grecia, colà in uso fino dai tempi eroici (2),
e elio essi, ma specialmente quelli a cariatidi, so-
glionsi considerare come introdotti da Rodi e dall'Ionia.
In ogni modo a tutto questo materiale arcaico assai
sovrasta e per grandiosità e bontà di forme, come
por tecnica il tripode camarinese, il cui valore a nes-
suno può sfuggire.

Con che siamo arrivati alla duplice conclusione:
di stabilire in modo approssimativo, ma soddisfacente,
la ricostruzione di massima del lebete camarinese; e
di attribuire all'arto ionica del VI secolo morente,
od alla prima aurora del V la sua origine. Alla quale
attribuzione ci soccorrono anche i risultati ottenuti
da una analisi coscenziosa e minuta fatta, ora non è
molto, dal Savignoni di una classe di tripodi, che
solevansi ritenere per etruschi ('). Per la testa di
ariete io credo aver detto abbastanza, a fine di mo-
strare la sua origine ionica. Ma qualche altra cosa
conviene aggiungere, a proposito della figura muliebre,
e di altri elementi ad essa connessi.

L'ionismo (2) della figura si affaccia vivo e par-
lante a chi per poco la esamini nel suo insieme, so-
pratutto nel suo tipo stesso, nato nelle isole (3), nella
struttura craniale, nel convenzionalismo dei panneggi,
elementi che tutti od in parte si riscontrano nelle
corai dell'Acropoli, e specialmente nelle meno giovani,
cioè in quelle in cui alita più vivo lo spirito del-
l'arte ionica (4) prima che essa prendesse tendenza
e fisionomia prettamente attica. « Teste grosse dalle
« faccio tondeggianti, i menti prominenti ma larghi,
« le labbra piene, i nasi larghi e grandi; così pure
« gli occhi grossi e sporgenti, col contorno delle ciglia
« oblungo, un poco obliquo e seccamente rilevato, e
« colla volta sopraciliare alta e inarcata ». (Savignoni,
op. cit., col. 15).

Puramente ionica, quasi capitello, è la vaga pal-
metta sorretta dalla donna sul capo colle mani; il
calicò molto aperto, con volute larghe, ed il flabello
a cinque corti petali serrati, presenta il carattere

(•) Tcterscn, Drcifuss voti Lucerà in Roem. Mitth., 1897,
p. 1 segg. ; tav. I, p. 26 segg. Da notare anche la distinzione
fatta dall'A. dei tripodi dorici (in lamina), da quelli ionici
(fusi).

(2) Helbig, flomerisches Epos, 2 ed., p. 371 segg.
Monumenti Antichi — Voi,. XIV.

(>) Savignoni, Di un bronzetto arcaico deWAcropoli di
Atene, e di una classe di tripodi di tipo greco-orientale, Roma,
1897 {Monumenti antichi dei Lincei).

(2) Non mi nascondo, che taluno vedrà forse nel nostro
bronzo un tipo attico, per il canone delle proporzioni (alt. di
7 */t teste), per la elegante sveltezza congiunta al vigore dei
muscoli e della ossatura, per la ricercatezza nel panneggio.
Ma sono appunto codeste qualità che l'arte attica del VI sec.
tolse dall'Ionia, e seppe armonicamente fondere. A proposito
di che vedi le acute osservazioni del Pottier : Le canon de pro-
portions dans la peinturc des vases attiques (In Rev. Archéol.,
1904, I, p. 214 segg.).

(3) Ter una intera categoria di figure muliebri si è pen-
sato a Samos (Winter, Jahrbuch, 1899, p. 73 segg.) per altre
a ('hio.

(*) Collignon, Sculpture grecque, I, pp. 355, 339; Joubin,
L,a sculpture grecque entre les guerres mediques et l'epoque de
Pèriclés, p. 278.

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