Archivio storico dell'arte — 1.1888

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LORENZO DA VITERBO

Quel proprium nomen artificis non è frase molto esplicita. Non sembra che significhi che
nella pittura e sopra il distico si rìoyesse cercare la firma del pittore. Certo ora non ne esiste la
traccia nè v'ha ricordo che vi sia mai stata letta prima di ristami relativamente recenti. Dopo
il distico infatti sono le iniziali L. V. (Laurentius vitèrbensìs) e, sopra, la data MGGGGLXVIIII. Prima,
per luogo, del distico riprodotto se ne leggeva un altro che forse avrebbe chiarito il senso, ma di
questo non rimangono oggi che poche lettere

....... A . GREDES

...........TENT

Negli altri due distici della parte opposta, che cominciano Hactenus hauti.. e Si tam perspicuo,
e da noi sin da principio citati, non abbiamo che le lodi del pittore e l'età di lui «piando dipinse
quel lavoro. Gonvien quindi pensare che effettivamente quel distico significhi che l'imagine a lui
sovrapposta sia quella del pittore, cosa che tuttora molti in Viterbo per tradizione ripetono, come
ripetono che la figura di gentiluomo di profilo che sembra parlargli è l'imagine di Nardo Mazza! osta
ritratto nel mentre che gli commette il lavoro: la qual tradizione mi sembra assolutamente credibile,
pensando che il ritratto del committente fra tanti ritratti presi di naturale non deve mancare e
che non mancando dev'essere in prima linea come protagonista, e dev'essere appunto quella figura
singolarmente curata dal pittore, la dignità della quale è indescrivibile. Con la mano destra si
appoggia sulla verga che tiene a guisa di giannetta; con l'altra gesticola nobilmente. Ambedue le
mani sono inguantate a differenza di tutte le altre figure dell'affresco. I capelli ha finamente ric-
ciuti. Il volto finto d'un oro opaco, come illuminato di riflesso con leggerissime luci, che india
riproduzione si perdono, è un capolavoro d'una potenza veramente maravigliosa. 1

Lasciando in disparte gli storici viterbesi già citati, il primo a parlare di Lorenzo da Viterbo
fu il D'Agincourt2 che si limitò a descrivere il matrimonio della Madonna, osservando: « La mo-
destia impressa nelle sembianze della Vergine e la tranquillità del portamento di tutte le persone
collocate intorno a lei, sono conformi alla dignità ed alla santità del soggetto. Se si ignorasse che
un pittore non può esprimere gli effetti d'una gran scena, che imitandone con una perfetta verità
tutte le parti di cui essa componesi e prendendo in ogni cosa la natura per modello, questo
esempio lo proverebbe. E l'ingenuità di ciascuna delle figure che ha prodotto qui quella che fa
il pregio dell'insieme». Non è difficile comprendere come non il dipinto, ma la critica artistica
dei tempi in cui fioriva il D'Agincourt consigliasse a vedere nella tranquillità peculiare ai ritraili,
una tranquillità relativa invece al soggetto trattato, cosa forse non mai pensata dall'artefice. Ma
il D'Agincourt continua: « Il carattere di questa composizione deve sembrare nuovo e meritava
un'attenzione particolare. L'obbligazione in cui il pittore trovavasi di ordinare le sue figure sopra
una sola linea o se si vuole sopra delle linee dritte e parallele, presentatagli una difficoltà di più.
Egli l'ha vinta accomodando delle grandi masse ben legate fra loro, ed ha saputo metter dell'ac-
cordo nell'insieme collo sviluppo e le tinte dei panneggiamenti. Il colorito non è meno della com-
posizione degno di approvazione. La freschezza del pennello non lascia per così dire nulla a de-
siderare, principalmente nelle figure dipinte sopra un fondo di azzurro nella vòlta della cappella,
che offrono d'altronde alcuni scorci molto stupendi per il tempo. Io non ho trovato l'autore di
questo lavoro citato in nessuno storico dell'arte. Egli chiamavasi maestro Lorenzo da Viterbo ».
Finisce con le parole: «Noi non possiamo dubitare che egli non fosse allievo di Masaccio e nutrito
de' suoi capi d'opera. Si vede dietro la donna vestita di nero una figura rappresentante un giovine
che sembra calcata sopra una di quelle della crocifissione di S. Pietro di Masaccio ». Su questa e
sulle altre opinioni rispetto al maestro di Lorenzo parlerò più avanti. Era le tavole il D'Agincourt

1 II eh. prof. G. Gnoli che ha ritratto accuratamente lo Sposalizio di Lorenzo da Viterbo mi fa notare che
in questo dipinto l'oftremare del cieio è stato raschiato e portato via e che se ne conserva qualche piccola traccia,
che rivela come si preparava la pittura perchè l'affresco aderisse all''arricciatura. Prima si stendeva una tinta
di terra rossa o morellona, poi, sopra, qualche volta un'altra di terra verde, e sopra infino l'oltremare. Questo
colore prezioso, per molte opere è ricordato nei documenti come fornito agli artisti dai committenti. Il suo prezzo
spiega il perchè tante volte lo si raschiasse per rimetterlo in opera per altri dipinti.

2 Storia dell'Arte (Prato, 1827). Pag. 212.
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