Archivio storico dell'arte — 1.1888

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LA R. CALCOGRAFIA

nelle stesse proporzioni e nelle forme generali, che pur sembrano così facili a riprodursi o a ri-
petersi a mano, v'ha la rivelazione dei più intimi rapporti corsi tra l'artista e l'opera sua, tali
che l'artista stesso che rivivesse non potrebbe riprodurla, ora che bisogna tener conto delle alte-
razioni fatte dal tempo ad un'opera antica, si conclude che, quand'anche venisse riprodotta acci-
dentalmente una parvenza dell'oggetto, questa non avrebbe alcun valore come documento o ricordo :
non potendosi controllarla ad ogni istante coll'originale, essendo superfluo far questo per chi può
avere l'originale sott'occhio, e divenendo più che mai dubbia la testimonianza di una tale ripro-
duzione quando l'originale perisce.

Fra l'opera d'arte e la sua riproduzione non deve dunque interporsi la mano dell'uomo. Colui
il quale guardando un affresco di Giotto o altra opera d'arte, presume di ripeterlo, è come il re-
stauratore che presume di rifarlo, restauratore sacrilego, ignorante o speculatore.

Anche l'artista può mettersi dinanzi all'opera d'arte ch'egli ama e con riverente affetto de-
linearne la forma ch'egli vede, ma pure in tal caso la interpretazione, tutta soggettiva, si arresta
al disegno. L'impiegare però quindici o vent'anni a tracciare solchi su una lastra di rame per ripe-
tervi quel disegno, se in altri tempi era un utile sacrificio che veniva fatto dall'artista, non è ora
che un lavoro senza scopo a cui della gente è tratta ad applicarsi solo per ragione di lucro.
L'incisione in rame fatta da un artista che incide disegnando porta seco le qualità del mezzo ma-
teriale adoperato e la espressione che ne deriva. Chi rappresenti un oggetto incidendo una pietra
dura, non ottiene risultato eguale che se modellasse una pasta d'argilla. La difficoltà del mezzo
rimasta scopo, rivela ancor più la manualità d'esecuzione. Abbiamo un rapporto congenere a quello
che corre tra i versi d'Orazio, faccettati come zaffiri, e una catena di strofe bizantine a forme
obbligate. Abbandonato persino il disegno, si prende adesso il lucido d'una fotografìa e si incide quello;
si ara il rame, ma senza gli scopi finali che nobilitano anche l'opera dell'agricoltore; si sottrae la-
voro ad un qualunque stromento di lavoro produttivo per fare imperfettamente e con gran costo e
perditempo quello che un soldo di acidi farebbe presto e infinitamente meglio.

Vi fu un tempo in cui per difetto di mezzi di riproduzione e di divulgamento, l'incisione rap-
presentava il nobile sacrifìcio che un artista, anche un grande artista, faceva della propria idealità
in omaggio alle forme belle ma evanescenti tramandateci dall'arte dei secoli andati. Oggidì, venuti
ad esso in aiuto i metodi naturali di riproduzione, l'artista, il vero artista, sa riconoscerne la supe-
riorità assoluta; le riproduzioni a mano divennero cose dozzinali, buone per i giornali illustrati
od i Santarelli da villaggio, o bassa speculazione che sfrutta la bellezza delle cose più nobili.

È presto fatto d'altra parte a riconoscere la relazione che corre tra il funzionamento attuale
della Calcografìa e i tempi in cui essa funziona; le cifre parlano chiaro. Le ultime stampe prodotte
dalla R. Calcografia sono: Il ritratto di Virginia Lebrun per il quale l'incisore spese 3 anni di
lavoro e che costò L. 7000. Una Sibilla di Michelangelo, per la quale l'incisore lavorò anni 4 e che
gli fu pagata L. 15,000. La Trasfigurazione di Raffaello, attorno alla quale l'incisore lavorò anni 15
e che gli fu pagata L. 49,000. L' Eliodoro che costò 17 anni di lavoro d'incisione, e fu pagato
L. 55,000.

Di questo passo le 1320 acqueforti del Tiranesi, stampe che hanno un valore artistico e che rap-
presentano qualche cosa, domanderebbero intere generazioni d'incisori a riprodurle e centinaia di
milioni di capitale a pagarle.

Una qualche altra idea sulla gestione attuale della Calcografìa ce l'offre il suo bilancio e la
parabola delle cifre di vendita.

Lo Stato paga ogni anno alla Calcografìa tra personale e dotazione L. 93,000. L'importo della
vendita fu il seguente: Nel 1883 era di L. 41,954.60; nel 1884 scese a L. 40,723. 77, nel 1885 a
L. 27,604.97; nel 1886 a L. 25,495.10 e nel 1887 siamo ridotti a L. 20,398.45. Calcolando il solo
esercizio e le provviste pel 1887 si rileva che il ricavo della vendita fu appena la metà della spesa
occorsa per la produzione; come se l'inchiostro e la carta, venendo in contatto coi rami incisi,
perdessero metà del loro valore,

Le cifre suesposte non provano tutto, ma diventano eloquenti appena si ricordi che il prodotio
della vendita è dovuto alle vecchie stampe che lianno un interesse artistico o di curiosità, o alle
immagini sacre che hanno un interesse di religione. Malgrado questi coeflìcenli di vendita, di
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