Archivio storico dell'arte — 6.1893

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RECENSIONI

non vi si può leggere Sena, ma chiaramente Cera;
e continuò a ritenere la statua un altro prodotto
dell' ingegno dell'orafo sanese, osservando solamente:
« Ceva fu probabilmente il luogo dove nacque Gio-
vanni, e Siena il luogo dove apprese l'oreficeria ».
Al contrario lo Sciuto-Patti persiste nei suoi ar-
guti dubbi, che possa trattarsi d'altro artista, per
questi tre motivi principali:

I. Giovanni di Bartolo non omise mai d' indi-
care la patria sua, Siena, nei lavori da lui com-
piuti, come nel celebre Reliquiario lateranense :
« Hoc opus fecit Joannes Bartoli de Senis aurifaber ».
E con la stessa denominazione, di de Senis o Se-
nensis, egli è menzionato nei documenti per ac-
conti, saldi, spese, ecc. Ora, come in luogo di Sena
qui sta proprio Ceve, negli ultimi versi che, fortu-
natamente, di mezzo agli ornamenti e gioielli, tro-
vansi tuttavia allo scoperto, « perciò a me pare,
argomenta il chiarissimo autore, che Ceva escluda
chiaramente Siena ». 11 riferire poi la patria al
solo genitore, Bartolo, parrebbe un'anomalia, una
stiracchiatura insolita.

II. La locuzione Joannes Bartolus è cosa di-
versa da Joannes Bartoli, parendo quel nominativo
un secondo nome, mentre ad indicare la paternità
sarebbe occorso un genitivo.

III. Dal contesto dell'inscrizione risulterebbe
che il luogo dove la statua si esegui fosse stato
Limoges, perchè i due vescovi sono singolarmente
menzionati come limosini; ora, Giovanni di Bartolo,
secondo i documenti esibiti dal Di Marzo (/ Ga-
gini e la scultura in Sicilia nei secoli xv e xvi, p. 004)
e poi dallo stesso Muntz (op. cit.), negli anni 1375-76
stava in Avignone, ed eseguiva parecchi altri in-
signi capolavori, reliquiari, rose d'oro, ecc.

Per queste ragioni parrebbe che l'orafo Joannes
fosse un altro, contemporaneo, residente a Limoges.
Lo stesso Sciuto-Patti non si dissimula la stranezza
di tale coincidenza ed omonimia, ma frattanto non
osa aderire all'esplicita opinione dell'illustre ar-
cheologo della Scuola Nazionale di Belle Arti in
Parigi.

Sembra a me che i termini della controversia
non siano stati ben posti, e inoltre che il chiarissimo
Sciuto-Patti pecchi di sottigliezza. Esaminiamo la
inscrizione metrica. Non si può dire, come asso-
lutamente afferma il Muntz (luogo ed op. cit.), che
essa, in certi punti, sia proprio « refrattaria » al-
l'analisi grammaticale. Un nesso logico, fatta ra-
gione alla barbarie del latino, forse men grave
del consueto, si ricava, e panni questo :

« Codesta opera, cominciata sotto il nome della
vergine Agata nel tempo in cui Marziale era stato
vescovo nella città di Catania, al quale come Pa-
store successe Elia (ambedue \i quali] avea messi
in chiara luce il fecondo suolo limosino), costrusse
con questo metallo [var.: con quest'arte] la mano
d'un artefice, Giovanni; ed anche il genitore di
lui, Bartolo, a cui fu Ceva celebre patria; essendo
trascorsi dal parto della Santa Vergine anni mille
trecento settanta sei ».

Ora, se tale è la retta interpretazione ; se Gio-
vanni di Bartolo lavorava in Avignone allorché
vi morì il vescovo Marziale nel 137G; se, come è
tradizione storica, di là tradusse qui «l'incomin-
ciato lavoro» il vescovo Elia nel 1377 (V. De
Grossis, op. cit., p. 168), qui non è più il caso
di sollevare dubbi: Ceva sarebbe la patria di Bar-
tolo; Siena può rimanere benissimo patria di Gia-
nnini. Sarà dunque un particolare da aggiungersi
alla biografia dei due artefici, ne più, nè meno.
E perchè meravigliarsi che, una volta almeno, anco
il buon Bartolo abbia desiderato di veder menzio-
nato se e la sua patria, quando egli stesso aveva
cooperato col figlio? Forse, io penso, Bartolo la-
vorava a Limoges nel 1375-76, mentre Giovanni
continuava a dar prove del suo talento in Avignone,
epperò più di rado e in misura minore, o forse
coi soli disegni, poteva prestare l'opera sua per
la statua di Sant'Agata, alla cui materiale esecu-
zione avrebbe atteso il padre.

E ciò sia detto circa alla prima obbiezione pro-
posta dallo Sciuto-Patti. Circa poi alla seconda, sulla
controversa inscrizione, è evidente che quel nomi-
nativo Bartolus è nuovo soggetto con proprio at-
tributo genitor (Bartolus et genitor, in luogo di et
Bartolus genitor, per legge metrica), e che esso
regge il verbo fabricarit al pari dell'altro soggetto
Joannes; e che però non potrebbe qui stare in
nessuna guisa in funzione di genitivo. Nè in una
inscrizione metrica si può pretendere identità di
dicitura con altre, non metriche.

Quanto alla terza obbiezione, prima di tutto os-
servo che il ricordare, quasi alla sfuggita, che i
due vescovi Marziale ed Elia erano limosini, non
implica affatto che la statua dovesse per necessità
costruirsi a Limoges piuttosto che in altra terra
di Francia; in secondo luogo, non sembri troppo
strana cosa che un artista, così ricercato ed am-
mirato quale Giovanni da Siena, potesse alcuna
volta muoversi da Avignone per recarsi a lavorare
a Limoges ; specialmente se, come piacquemi sup-
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