Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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IGINO BENVENUTO SUPINO

assoluta di notizie 11011 possiamo descrivere le parti di cui era composta quella tomba, che
raccolse le spoglie del monarca così caro ai Pisani. Il luogo della primitiva collocazione
può sicuramente identificarsi, leggendosi in un'antica scrittura che l'altare di San Barto-
lomeo era vicino alla sepoltura di Arrigo, e il volgo lo chiamava l'altare dell'imperatore.1
E poiché questo è sempre rimasto dov'era, così la tomba fu collocata nell'abside della chiesa
maggiore, o come più comunemente suol dirsi nella tribuna. Ma, come attualmente si vede
nel Camposanto pisano, quel monumento non può davvero essere stato ideato, perchè, così
com'è, più povera e miserevole cosa non potrebbe immaginarsi. Un sarcofago monco nelle
parti decorative, e la statua dell'imperatore sopra: null'altro! e peggio, tutto questo per il
monarca che i Pisani avevano acclamato, con tanta solennità ricevuto e con tanti sacrifizi
aiutato; per il monarca ch'essi chiamavano messo di Dio!

I monumenti sepolcrali ai vescovi fiorentini, lavorati dal medesimo artista, sarebbero
stati dunque superiori per magnificenza ed eleganza d'insieme a questo dell'imperatore?
E le tombe del duca di Calabria e di Margherita di Yalois a Napoli, avrebbero dovuto
sorpassare in magnificenza e ricchezza il sepolcro costruito dai pisani al bene amato Cesare?

Incontrastabilmente la sepoltura doveva essere di ben altra importanza e di ben maggiori
proporzioni; e invero lo stesso I)a Morrona ci dice che « dovendosi la tribuna ornar di quadri,
il sepolcro si collocò nell'anno 1494 nella muraglia laterale della cappella di San Ranieri;
correndo poi la sorte degli altri, anche di lì fu rimosso, e con iscapito di decoro tanto pel
sito, quanto per gli ornati di architettoniche parti, di statue e d'arabeschi, sull'indicata
porta (della sagrestia), così degradato fu posto».2

È dunque nel 1494, quando si procedette alla remozione del sarcofago, che se ne immi-
serì l'insieme: infatti quegli Evangelisti che stanno sul prospetto della cassa ridotti a undici,
mostrano troppo chiaramente d'essere accoppiati senza alcun legame fra loro, mentre per l'an-
damento degli archetti sotto cui stan le figure, si appalesa evidente l'adattamento posticcio.

E poi, quando tutto il monumento si trovava nel luogo per il quale fu lavorato, com'era
mai sorretto? Non già al muro sostenuto da mensole, poiché se le mensole vi fossero state
anche in origine, non le avrebbero rifatte nuove quando si trattò di trasportarlo nella
cappella di San Ranieri. E non è forse a credersi piuttosto che l'arca contenente le spoglie
del morto imperatore fosse sorretta nella parte anteriore dalle statue (con motivo che Tino
ha ripetuto nei monumenti sepolcrali di Napoli), una delle quali rappresentante Pisa, che
s'ebbe da lui non dubbi contrassegni di amicizia, l'altra rappresentante il Cristo, o una figura
allegorica come vorrebbe qualcuno, a simbolo del potere che al sovrano veniva dal cielo, o a
raffigurare la maestà della legge divina, fonte suprema della giustizia? E poiché abbiam
dimostrato che l'imitazione apparisce chiara in questi gruppi, così anche il concepimento
dell'insieme del sepolcro di Arrigo settimo si mostra tratto dalle opere di Giovanni.

Queste due statue infatti rappresentanti Pisa e il Cristo ci fanno venire alla mente le
figure dal figlio di Niccola scolpite per la porta del Duomo dirimpetto al campanile. Da una
parte, lo ricordi il lettore, sorretta da un angelo era la statua di Pisa, dall'altra quella
dell'imperatore; qui invece Tino di Camaino, raffigurando disteso sulla cassa il morto Arrigo,
tradusse l'iscrizione dello zoccolo : imperator Enricus, qui Cristo fertur amicus, e pose sen-
z'altro la figura del Redentore a sostegno del sarcofago.

E del resto non è pur cosa da tenersi in qualche conto, che proprio nel 1494, quando
appunto si toglieva il monumento dalla tribuna per porlo nella cappella di San Ranieri, si
levasse la graticola del pergamo? Per noi dunque le statue e i gruppi che si vorrebbero e
sino ad oggi sono stati dagli storici concordemente attribuiti a Giovanni e al suo pergamo,
sono invece parti non dubbie della tomba di Arrigo settimo e opera di Tino di Camaino.
E poiché possiamo stabilire dei confronti, facciamo pure anche questi a maggior conferma
delle nostre affermazioni.

1 Contratti dell'Opera, II, c. 67.

2 Pisa illustrata, voi. T, p. 278.
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