Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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composizione, la quale risulterebbe più nitidamente se il dipinto non fosse in molte parti
sensibilmente cresciuto di tinte e generalmente ingiallito.

Il Richter discorrendone nel Catalogo Northbrook avverte clie fu eseguito nel 1459 per
Giacomo Marcello, Podestà di Padova, simultaneamente quindi con la pala d'altare di
San Zeno. Egli ben vi rileva il merito inerente alla nitidezza del disegno e alla plasticità
delle forme, dove ogni più piccolo particolare si vede eseguito colla massima cura. « L impor-
tanza del dipinto poi, egli soggiunge, rispetto alla storia dell'arte dell'Italia settentrionale,
è unica per così dire, in considerazione delle deduzioni che se ne possono trarre rispetto alle
relazioni del Mantegna colla scuola veneziana. Yi è un disegno colla rappresentazione dello
stesso soggetto nel libro di schizzi di Jacopo Bellini di Venezia, ora del British Museum.
Il concetto è tanto simile a quello di questo quadro, da non lasciare alcun dubbio intorno
al nesso che fra loro intercede. Il Mantegna condusse in moglie Niccolosa Bellini, la sorella
del pittore Gentile Bellini (come già ebbe ad avvertire il Yasari), figlia di Jacopo Bellini.
La data del matrimonio non è nota precisamente, ma è probabile abbia avuto luogo intorno
al 1450. Se ne dedurrebbe che allorché il Mantegna dipinse il suo quadro del Cristo nel-
l'orto, Giovanni Bellini, il fratello di Gentile, deve essere stato in relazione con lui. Questo anzi
rimane provato non foss'altro dalla rappresentazione dello stesso soggetto per parte di Gio-
vanni Bellini nella Galleria Nazionale (n. 726), in un dipinto che pel concetto non meno
che per l'esecuzione dipende interamente da quello del Mantegna ».

Di questo quadro diamo qui unita una riproduzione nella flg. 3a, perchè è interessante
davvero ed istruttivo il paragonare fra loro i prodotti dei due celebri maestri, che a prima
giunta sembrano quasi confondersi fra loro.

Artisti eminentemente originali tanto l'uno quanto l'altro, si sarebbe tentati di chiedersi
in realtà quale dei due abbia esercitato maggior potere sull'altro, se non si avesse a pensare
che il quesito più facilmente troverebbe la sua soluzione nel fatto molto probabile, che tanto
l'uno quanto l'altro avesse attinto ad una fonte comune, a quella cioè di un loro precursore,
il vecchio Jacopo Bellini stesso. Di lui, le cui opere in pittura furono per la massima parte
perseguitate dalla sorte ed ora quasi tutte distrutte, noi non possiamo farci un concetto
adeguato oggidì se non per mezzo de' suoi disegni, massime per mezzo dei due libri copio-
samente forniti dalle più svariate sue invenzioni sacre e profane, che appartengono alle
pubbliche raccolte di Londra e di Parigi. Nulla di più sorprendente di codesti notevolissimi
dipinti, nei quali Jacopo sia per la ricchezza delle idee, sia per la serietà del lavoro si rivela
quale artista degno di tener fronte ai più valenti del suo secolo.

In quelle sue pensate composizioni in fine si può dire che si avverte nè più uè meno
che l'albeggiare di quell'arte grande e severa, quale appunto trovò il suo sviluppo da un
lato nel figlio Giovanni (ed anche in Gentile), dall'altro in quella del suo genero, il Mantegna. Se
non che nei due cognati Giovanni ed Andrea noi scorgiamo due nature d'artisti diversi,
mentre il primo (nato nel 1427) nelle mirabili evoluzioni da lui compite durante la lunga
sua vita ci manifesta sempre un animo sensibile agli affetti del sentimento religioso cri-
stiano, nel secondo (nato nel 1431) invece la tendenza immutabile e costante a far rivivere
l'arte classica dell'antichità.

Avvi poi un altro punto nel quale si scostano l'uno dall'altro perfino nei due quadri
che ci stanno davanti, ed è quello del modo d'intendere il paesaggio. Per questo rispetto
starei per dire che il Bellini è più artista del Mantegna, cioè rivela un sentimento più
delicato e poetico per la natura che non il suo parente. Infatti chi osserva i due quadri nella
National Gallery non potrà far a meno, panni, di convenire che in quello del primo avvi
un più intimo accordo fra la solennità del soggetto e l'ambiente che lo circonda. Il pae-
saggio, colle sue colline coronate da castella a guisa di quelle di Jacopo Bellini, ha una
intonazione malinconica prodotta dall'effetto bene inteso d'incerta luce crepuscolare, che
naturalmente si fa più viva verso il tramonto ed illumina gli orli superiori delle nuvolette
che parzialmente coprono il cielo. Nulla di tutto questo nel Mantegna. Se il Bellini a modo suo
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