Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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Sarebbe assurdo pensare che un così attento e sicuro disegnatore avesse posto l'aitar
maggiore, di sua testa, in un luogo diverso dal luogo suo, come sarebbe assurdo sospettare
che avesse dimenticato l'altare antico, l'altare del coro, quando tuttora fosse stato in piedi.
Questo era scomparso da un pezzo. Avevano posto mano fino dal 1462, per opera di Lorenzo
Canozio da Lendinara, di suo fratello e di Pier Antonio Dall'Abate, agli stalli intagliati e
intarsiati, i quali, compiuti nel 1469, con il loro doppio ordine dall'una parte e dall'altra
della tribuna, e con i loro novanta magnifici sedili e inginocchiatoi, senza contare i cinque
leggìi ed il grande armadio dei libri corali, menzionati dal padre Polidoro, dovettero restrin-
gere così lo spazio lì in mezzo da rendere disagevole e incomoda la conservazione dell'al-
tare vecchio. Infatti, chi potrebbe mai figurarsi, a cagion d'esempio, un altare fra gli stalli
del coro in Santa Maria Gloriosa dei Frari? i quali, eseguiti contemporaneamente agli altri
di Padova, ma, più fortunati, scamparono alla distruzione, rimanendo immobili al luogo
loro, mentre questi vennero prima spostati, poi inesorabilmente consunti dal fuoco.

Nella chiesa dei Frari succedette all'aitar maggiore vecchio lo stesso caso, poiché la per-
gamena, trovata nel rifare l'anno 1825 la mensa che sta nel fondo del presbiterio, non
poteva riferire al 1469 la consacrazione, come taluno crede, del primitivo altare, essendo la
chiesa molto più antica, bensì la consacrazione dell'altare trasportato nel posto ove ora si
vede. Ed altra e più calzante prova di questi spostamenti di altari ci è fornita da una chiesa
veramente sorella, benché sorella minore, della nostra basilica, la chiesa di San Francesco
in Bologna, ove l'aitar maggiore, con la famosa ancona scolpita in marmo da Jacobello e
Pier Paolo dalle Masegne, rimase nel centro della croce fino al secolo xvi, poi fu portato
indietro.

Tornando alla posizione dell'altare di Donatello, che è quella che mi preme, dirò come
neppure la dimostrazione grafica del vecchio disegno bastasse a quietare il mio animo. So
che in queste faccende bisogna andare coi piò di piombo, interrogando il monumento mede-
simo, se non risponde sopra terra, almeno sotterra. Domandai dunque, innanzi tutto, e
ottenni tosto dalla illuminata e generosa cortesia della Presidenza dell'Arca, di cercare nel
punto in cui il valoroso padre Gonzati aveva con sicurezza affermato che l'altare di Dona-
tello si alzava: «il centro dell'abside, dove ora sta collocato il bancone dei libri corali».
Ecco il resultato degli scavi, praticati colà sotto la vigilanza del segretario dell'Arca, valen-
tissimo e coscienziosissimo ingegnere, il quale così mi scrisse: «Ho fatto l'assaggio dietro
l'aitar maggiore, ma nulla rinvenni. Spinsi l'esame fino alla profondità di m. 1.70 per una
lunghezza di circa 4.50, cioè tra l'aitar maggiore ed un sepolcro, che esiste sotto il ban-
cone nel centro del coro (la tomba di Lorenzo degli Alberti, fiorentino, morto nel 1421).
A ridosso del sepolcro trovai dei rottami, che dimostrano come con quelli sia stato riem-
piuto lo scavo praticato per la costruzione del sepolcro medesimo; il rimanente era terra
vergine». Nessun indizio dunque di fondazioni d'altare.

Assodato che il padre Gonzati aveva preso un granchio, feci praticare lo scavo sulla
traccia del vecchio disegno; e si trovarono le cercate fondamenta proprio in quel punto,
sporgenti m. 2.55 dalla soglia della porta, la quale ora serve di passaggio tra il coro ed il
retrocoro, ed è aperta nel muro grossissimo reggente la cantoria: muro che sporge a sua
volta di m. 1.56 dai piloni dell'arcata centrale dell'abside. I fondamenti hanno una prima
parte larga 0.50 e abbassata 0.30 dal piano del pavimento; una seconda parte larga pure 0.50
e abbassata 0.40; una terza parte larga 1.55 e abbassata 0.20. Pur troppo i resti delle
sostruzioni, se mostrano con assoluta evidenza che reggevano un altare, non bastano, chiuse
come sono tra le fondamenta delle cantorie secentistiche, a porgere nessun indizio sulla
forma e sulla estensione di esso.

Le nove arcate del presbiterio erano aperte e libere fino al basso, quando sorgeva l'al-
tare, con grande vantaggio di quella parte del tempio, eh'è la più nobile, la più grandiosa
e la più pittoresca; ma non pare che la cosa fosse senza pericolo per le opere di Donatello,
poiché nel 1467, per conservation dell'altare, i massari dell'Arca e gli esecutori testamen-

Archivio storico dell'Arte, Serie 2a, Anno I, fase. III.
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