Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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tari de la felice memoria de madonna Jacoma, vedova del Gattamelata, allogano ad un
fabbro, maestro Domenico Montanaro, i cancelli, li quali vanno attorno a l'altare grande
fra uno pilastro e l'altro, acciocché intrar non si possa al detto altare. I cancelli erano di
gentile lavoro, poiché nel contratto son detti adornamenti de ferro, e gravarono sulla ere-
dità di madonna Giacoma con la grossissima somma di 2762 lire d'allora, il Polidoro ce li
descrive nel 1590 così: «Certe grate di ferro di molti piccioli pezzi con tal maniera insieme
legati, che formano varietà di bellissimi fori per i quali si può dentro agevolmente vedere....
con arme et insegne del valoroso capitano Erasmo Gattamelata da Narni ». •

I cancelli ricchissimi stettero al loro posto fino all'anno 1651, quando i presidenti del-
l'Arca deliberarono di voltar il coro alla moderna, e il Comune di Padova assegnò mille
ducati per un'opera così pia et così santa. I novanta stalli, tolti in fatti dalla tribuna, cui
si levava la loggia e la parete anteriore e si riformavano i fianchi, vennero acconciati nel
presbiterio, ove aspettarono che l'incendio del 29 marzo 1749 li ardesse tutti, meno due
soltanto, i quali, incompleti e trasformati in confessionali, rimangono a far rimpiangere i
loro perduti compagni.

Ma, innanzi di trasportare gli stalli, fu alzato fra i dieci piloni (i due grossi della
cupola e gli otto del poligono) il muraglione alto più di cinque metri, portante le cantorie,
contenente scalette e confessionali, rivestito di ornamenti e di marmi. Allora l'altare enorme
del Campagna e del Franco venne scomposto, andandone, come si è detto, una parte nella
cappella dei Gattamelata, un'altra sopra la cantoria centrale, ed il resto disperso. E nel 1652
si alzò, più innanzi, quasi dove stava l'altare primitivo, il quarto aitar maggiore, barocco
alla maniera del Seicento, con alcuni bronzi di Donatello bestialmente incastonati nella
mensa, e con le statue, alle estremità, di San Lodovico e di San Prosdocimo, nella quale
ultima, essendosi perduta l'anfora, che il Santo teneva in mano, ne fu rimessa un'altra
l'anno 1751 da un artefice chiamato Yenier.

Questa è la storia degli altari del Santo, rammentata qui per venire alla seguente con-
clusione: che l'altare di Donatello non si può più rimettere dove stava, nel fondo del pre-
sbiterio.

II presbiterio nella sua parte inferiore lia mutato faccia; uè sarebbe possibile, ne sarebbe
nemmeno desiderabile distruggere tanta parte delle opere marmoree e assai ricche e, per
dire la verità, non brutte dei secentisti. Senza distruggerle, l'altare non potrebbe essere
veduto di dietro, ove devono stare due Storie, due Evangelisti e la maravigliosa Deposi-
zione; l'altare verrebbe soffocato dall'aggetto della cantoria; l'altare giacerebbe nella pe-
nombra. Ma il discorrere di ciò è uno sciupio inutile di fiato, poiché, senza buttar giù le
opere secentistiche, l'altare, materialmente, non troverebbe più posto. S'aggiunga, per so-
prappiù, che ivi non servirebbe oggi affatto alle cerimonie religiose; e apparirà evidente
come altro non resti che alzarlo nel mezzo del presbiterio, in luogo del già distrutto e
insulso altare barocco, ove, abbondantemente illuminato dai due enormi occhi de'fianchi
della basilica, cui sono già stati tolti gli orridi e densi vetri colorati moderni, libero da-
vanti, di dietro, ai lati, servirà comodamente e onoratamente alle sacre funzioni, tornando
press'a poco nel posto del primitivo altare maggiore.

E nulla, per ciò che spetta alle esigenze del rito, verrà mutato al paragone del prece-
dente altare, nella vastità e nelle proporzioni della mensa, de' gradini, della predella, dei
gradi, del ciborio; nò questo è merito dell'architetto, che propose e sta attuando la ricom-
posizione, poiché le dimensioni generali e parziali dell'altare ricomposto non derivano dal-
l'arbitrio o dall'artifizio, ma bene invece dalle misure effettive e dalla distribuzione obbli-
gatoria di quella trentina di capolavori, che Donatello seppe lasciarci, che i nostri padri
non hanno rispettato abbastanza, e che noi abbiamo l'obbligo verso la storia e verso l'arte
di rimettere in bella e logica mostra.
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