Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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160 CAMILLO BOITO

del suo altare, ove le misure e le forme delle opere statuarie differiscono da quelle di tutti
gli altari contemporanei o posteriori, quasi quanto diversificano da quelle dei precedenti,
s'ispirasse, in parte, alle ancone marmoree del secolo innanzi, pensando forse anche a quella
di Arezzo, la quale scende al 1375, ed a quella di Bologna, eh'è del 1388; ma, se così è,
come poi avesse piegato certi concetti ogivali alla nuova larghezza di sentimento, di dimen-
sioni e di forme, come avesse collegato le idee architettoniche alle novità della statuaria,
son cose che nessuno può presumere al dì d'oggi d'indovinare quando non pecchi di pue-
rile albagia.

Insomma, delle otto colonne di Donatello, anzi eolonete, sappiamo solo quel tanto, che
ora s'è riferito. Quanto alla costruzione, Donatello comincia a far condurre pietra da Nanto
nel dicembre del 1448, e il mese appresso va a comprar marmori; e si pagano 20 soldi,
ossia una lira, le giornate di scalpellino per la pietra che va drio laltaro; e già si tocca
di alcune cornici — algune cornixe. Le cornici di marmo ebbero qualche ornamento di bronzo
e dorature, per l'oro delle quali Donato riceve l'esigua somma di tre fiorini, pari a 16 lire
e 16 soldi. Gli ultimi lavori dell'altare sono una grata di ferro al didietro — una (jradela
che xe fata drio laltaro grande — e nell'ottobre del 1449 due serrature — do saraure al
altaro grande lire 1 soldi 0; ma questa grata o inferriata, chiusa a chiave, era staccata
dall'altare e infìssa nei piloni del presbiterio, era applicata alle eolonete formanti cavalletto
al dossale, chiudeva una specie di confessione o cripta? Yattel'a pesca.

Finalmente l'il giugno del 1450 si compensano con una lira i facchini, i quali porta-
rono le figure da cha de m.° Donato sul altaro; e così finisce la storia della costruzione, e
qui hanno termine quelle nuove notizie, sulle quali alcuni uomini coraggiosi vorrebbero
rifare il veridico altare di Donatello.

Fu immaginato che l'altare somigliasse a quello della cappella di San Felice o all'altro
della cappella del beato Luca Belludi nella stessa basilica di Sant'Antonio; fu fantasticato
che i trenta bronzi donatelliani si distendessero tutti nel prospetto del dossale e della mensa;
fu affermato che i dodici Angioletti dovevano schierarsi nel grado; fu dimostrato che dove-
vano invece interporsi alle Storie; venne finalmente proclamata per le stampe con la matita e
con la penna la genuina ricostruzione dell'altare «basata sui documenti amministrativi della
basilica». Qui le otto eolonete diventano colonnone; qui i fianchi dell'edificio s'allargano
nientemeno che a melri 2.40; qui il dossale si trasforma nel secondo basamento d'una
enorme loggia; qui l'altare di Donatello, come scrive lo stesso autore «presenta all'incirca
l'aspetto di un arco trionfale romano». La sola cosa che manchi in questa pomposa eser-
citazione accademica è appunto ciò che i documenti ripetono sempre e con rara chiarezza:
la pala o Vancona.

Concordia di archeologhi e restauratori, o, per meglio dire, di dilettanti d'archeologia
e di restauri!

Chi non rammenta il caso del pergamo di Giovanni Pisano? Il Comune di Pisa aveva
votato la spesa di 18,000 lire per ricomporlo, la Provincia di 5000, il Governo di 4000. Il
modello del Fontana era stato approvato da tutti quanti, artisti, dotti, amministratori, dopo
studi minuziosi e profondi. Un Francese, vero amico d'Italia, autore di due pubblicazioni,
senza le quali non si saprebbe come studiare l'architettura del Medio Evo in Toscana, La
Toscane au moyen dge e Les monuments de Pise, il Rohault de Fleury, in quel suo stupendo
monumento d'erudizione eli'è La Messe, stampava come il professore Fontana fosse riescito
a combinare le varie parti dell'antico pulpito in un charmant modèle, rispondente a toutes
les exigences da pr oh tèrne. Lo scultore Sarrocchi, restauratore della Fonte Gaja, aveva finito
le pochissime sostituzioni alle parti originali mancanti. Sembrava che nulla oramai si oppo-
nesse alla generale volontà di rimettere in piedi nel Duomo la celebrata opera del 1311,
tolta dalla chiesa nel 1627: quand'ecco un acuto scrittore mette innanzi neìV Archivio sto-
rico deWArte, non senza sode ragioni, alcuni se e alcuni ma intorno al modello del Fontana;
e tutti rimangono perplessi, e il lavoro resta sospeso, e le tre Grazie mistiche e le quattro
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