Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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180 IGINO BENVENUTO SUPINO

quelli da lui lasciati a Firenze e a Napoli-, e vedremo di ridare con le comparazioni di tecnica,
in mancanza di migliori documenti, a Tino senese quanto deve artisticamente spettargli.

II.

Il Milanesi ci dice che «nel 1317 pare fosse capo maestro dell'Opera del Duomo di
Siena un Camaino di Crescentino, da cui nacque quel maestro Tino scultore senese, il quale
fu sconosciuto fino ai nostri tempi ».1 Certo le memorie che si conservano del nostro nei
libri di amministrazione della Primaziale pisana sono così incompiute, che non è dato sa-
pere, per la mancanza appunto dei registri dal 1308 al 1315, se in questo tempo il nome
di Tino vi figurasse, come del resto è possibile, dal momento che nel gennaio del 1315
(stile pis.) è chiamato già magister lapidimi o caput magister opere; e lavora alla taglia, o
laboratorio dei marmi, con l'onorario di otto soldi per giorno.2

Il 12 febbraio dello stesso anno (stile pis.) Leopardo da Morrona, cancelliere, stende i
patti con maestro Tino per il lavoro del monumento all'imperatore Arrigo VII,3 il quale
pare del tutto finito nel luglio del 1316 (stile pis.). Il 14 settembre dello stesso anno, mae-
stro Lupo è capo maestro dell'Opera e il nome di Tino non si riscontra più nei registri
della Primaziale. Quando egli lasciasse Pisa non è possibile affermare; sappiamo però che
dopo il 1321 lavorò al sepolcro del vescovo Antonio d'Orso nel Duomo di Firenze, e a
quello del vescovo Tedice Aliotti, che si vede nella chiesa di Santa Maria Novella nella stessa
città; ma le maggiori sue opere sono a Napoli, dove si condusse sino dal 1324 e dove morì
agli ultimi dell'anno 1339.4

Se ci diamo ad osservare la scultura del nostro artista, ci avvedremo facilmente
quant'egli sia stato ineguale e scorretto artefice. Le forme son riprodotte a un presso a
poco ; le teste larghe, talvolta sformate, nella maggior parte convenzionali e prive di espres-
sione; le pieghe senza grazia, o scendendo a festoni, o piovendo diritte sino ai piedi vestono
a caso il corpo; le estremità grosse, volgari, ordinarie; le proporzioni ben di sovente errate;
cosicché di lui veramente può dirsi quel che fu detto erroneamente del suo maestro, che
fu artista non osservatore, ineguale e duro, insensato e audace!

Imitatore di Giovanni Pisano, e dall'artistica foga e potenza di lui abbagliato, è istin-
tivamente attratto a correr la stessa via; ma non si accorge ch'egli è più debole, e che
gli sforzi ch'ei farà per raggiungerlo non serviranno che a sempre più dimostrare la sua
impotenza. Perchè in luogo di seguire l'insigne scultore, cercando di rendere movimento e
vita insieme con k> studio e l'osservazione del vero, egli vuole invece limitarsi a copiarlo,
e ne riproduce, esagerandoli, i difetti, confermando il giudizio già da noi dato intorno ai se-
guaci dello scultore pisano. Non mancano invero alcune figure di carattere, specie quando
queste devono riprodurci il ritratto di un personaggio; e allora l'artista si studia di ren-
derci con un po'più di coscienza e finezza il vero; ma nelle parti ornamentali, sian esse
figure o animali, egli è trascurato sino alla volgarità, sebbene questo difetto, che appare
maggiore nella tomba di Arrigo VII, diminuisca negli altri monumenti sepolcrali di Firenze
e di Napoli.

La tomba dell'imperatore fu lavorata tutta in sei mesi appena, e se così fosse come
attualmente si vede in Camposanto, sarebbe anche troppo il tempo impiegatovi attorno; ma
poiché altra, e più grandiosa e più degna del personaggio cui era destinata, doveva esserne
l'originaria configurazione, non si capisce come in così breve spazio di tempo abbia potuto
far tanto, o per meglio dire si capisce osservando l'opera di lui. E poiché dobbiamo appunto
parlare di questo monumento, meglio che non si sia potuto nello studio intorno a Giovanni

1 Vasari, ed. Sansoni, voi. I, pag. 432, nota.

2 Entrata uscita, n. 9, c. 29.

3 Entrata uscita, n. 9, c. 29.

4 Vasari, ed. Sansoni, voi. I, pag. 432, nota.
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