Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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IL CONVENTO OLIYETANO DI SAN MICHELE IN BOSCO SOPRA BOLOGNA 197

immaginare. I rappezzi vengono dipinti a fresco, come è tutto il fregio. L'antico viene solo
lavato e il nuovo con successive velature armonizzato all'antico.

In ogni comparto, nel mezzo è una storia dell'Apocalisse a piccole figure, e ai lati due
ritratti, dice Vasari, dei più nobili conventi dell'Ordine Olivetano. Sul fondo bianco si svol-
gono le grottesche animate da una fauna svariata, il tutto condotto con moltissima finezza.
I comparti sono incorniciati e divisi da marmi ben dipinti. Corona il fregio una serie
di vasi.

Venti sarebbero le storie tratte dall'Apocalisse, ma quattro sono perdute. Dei conventi
che erano 38, restano 33, ma in dieci di questi è cancellata la dicitura. Nè le storie nò le
vedute che mancano si rifanno: basti curare il buon effetto generale colmando le lacune
con acconcie tinte neutrali.

Vasari e i suoi colleghi dovettero, per le vedute dei Conventi Olivetani, giovarsi di
quelle dipinte fra 1505 e 1507 da Antonio Bazzi nel gran chiostro di Monte Oliveto Mag-
giore (Siena) di fronte alle celebri sue storie di San Benedetto. Il Bazzi aveva osservato la
cronologia nel ritrarre i monasteri fondati dal 1319 in poi. Ma colà non rimane che la veduta
del convento di Bitonto; le altre tutte scomparvero infaustamente durante la soppressione
francese. Infruttuosa fu pertanto la nostra ricerca colà. Non raccolsi che i sospiri, i racconti
e le cortesie di quel dottissimo custode, l'abate Di Negro.

*

* *

Molto meno si conservò dei festoni di frutta attorno alle finestre, ai quali ne interessa
il racconto che Vasari fa della diligenza con cui i pittori scendevano in mercato a comprare
frutta, fogliami, spiche, per copiarli dal naturale. Anzi possiamo dirli perduti. Qualche con-
torno, qualche graifitura, qualche particolare ben nitido, il fantasma dell'insieme in uno di
essi ; null'altro sopravvisse alle ripetute scialbature. Ma il pregio di codesti festoni perduti
mostrasi così relativo che nel programma del suo ristauro (senza contraddire ai criteri rigo-
rosi che si riserbano per occasioni di ben altra importanza) potè accettarsi il desiderio di
vederli rifatti nell'intento che contribuissero all'effetto generale dell'ambiente.

Ma la testata di quel refettorio era la più ricca parete. Ivi il Vasari aveva collocato
le tre grandi tavole, a cui si accinse solo dopo viste tutte le più famose opere di pittura
che fossero in Bologna.

Fino alla soppressione francese, durarono ivi; ma tolte allora di là, due furono asse-
gnate alla Pinacoteca di Bologna (la Cena di Marta e la Cena di San Gregorio Magno) ;
l'altra (la Cena di Àbramo) viaggiò a Milano per essere posta a Brera.

La Cena di Marta pare che passasse ben presto ai magazzini, e solo da pochi anni ne
uscì per essere data in deposito all'arcivescovo di Bologna; nel palazzo del quale potei rin-
venirla.

La Cena di San Gregorio si salvò dalla proscrizione forse pel fatto che Vasari vi addensò
non pochi ritratti di contemporanei. Nel San Gregorio è data l'elfìgie di Clemente VII, tra
i principi circostanti è Alessandro de' Medici, e fra coloro che servono a tavola i poveri egli
ritrasse alcuni frati e domestici del convento. La quale ricerca portò logicamente in questo
quadro del Vasari un qualche soffio insolito di naturalezza e di vita. Esso è tuttora nella
Pinacoteca bolognese.

La terza tavola fu, come ho detto, portata a Milano. Nei registri di Brera si trova
notato il suo arrivo in data 3 giugno 1809 e col titolo: «Avviso ai pastori per la nascita
del Redentore ». Ma dovè anch'essa rimanere nei magazzini, finché con decreto governativo
15 luglio 1827 fu data in deposito alla chiesa di Santa Maria Incoronata in Milano. In
quell'epoca molti quadri di minor conto, fra le moltissime opere di arte condotte da ogni
parte a Brera, vennero distribuite iu deposito a chiese povere e ne esiste il catalogo presso
il ministro di pubblica istruzione. Una Commissione, di cui facevano parte Hayez, Saba-

Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno I, fase. III. 8
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