Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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ALESSANDRO YESME

lastro; ma 11011 bisogna giudicare questo colore da quello che prende la pietra quando ò
messa in opera. Allora infatti, cioè quando è esposta alle intemperie, essa ingiallisce, in
causa dell'ossidazione del ferro esistente nella mica che si trova in laminette nella roccia.
Nella cava invece, le bargioline (almeno alcune varietà), se non bianchissime sono d'un
bianco leggermente giallastro ».

Questa conclusione dell'Uzielli, che la pietra promessa dallo scultore Benedetto a Leo-
nardo da Vinci fosse una bargiolina, non mi convince. Ben è vero che le bargioline pos-
sono per la loro durezza esser paragonate al porfido, ma è pure innegabile che esse, non
escluse quelle di più recente estrazione e di qualità più chiara, son ben lontane dall'esser
bianche come il marmo di Carrara e senza macchie; hanno poi un aspetto estremamente
rozzo, e non sono adatte ad essere adoperate in lavori di qualche finitezza.

La sola cava a me nota che in quelle località ed in quei tempi fornisse materiale bianco
come il marmo di Carrara è quella delle Calcinere, la quale è di circa quattro ore di cammino
più vicina al Monviso che non siano le cave di bargioline ; ma per altra parte è da conside-
rarsi che le Calcinere non sono situate sul Mombracco e sono a parecchie miglia dall'an-
tica Certosa.

Adunque il testo vinciano, qual è formulato, non parmi suscettibile d'una interpreta-
zione soddisfacente. Havvi però un'ipotesi che può spiegar le inesattezze e conciliare le
discrepanze, ed è la seguente: che maestro Benedetto abbia parlato a Leonardo tanto della
miniera del Mombracco quanto di quella delle Calcinere, e che il pittore, quando, forse dopo
il trascorso d'alcuni giorni, notò sul suo albo le informazioni ricevute, abbia fatto una sola
delle due miniere. Alla cava del Mombracco si riferirebbero i particolari della distanza dalla
Certosa del Monbracco, della durezza e della sfaldatura della pietra; alla cava delle Calci-
nere quelli della situazione al pie del Monviso e della bianchezza immacolata del minerale.

Poiché ho parlato di Leonardo, aggiungerò che il Rondolino 1 osservò che in uno scom-
parto del grande tabernacolo del Duomo di Clìieri vedesi copiata in bassorilievo la compo-
sizione della famosa Cena. II particolare è vero, sebbene molte sieno le varianti fra l'opera
di pittura e quella di scultura. A questo proposito giova ricordare che a Revello, paese
dove il Sanmicheli lasciò lavori e pel quale doveva passare per recarsi alle sue Calcinere,
si conserva ancora nell'antico palazzo dei marchesi di Saluzzo una copia a fresco del capo-
lavoro del Yinci, fatta «kal. iulii 1519, diye margarite de fyxo impensa », come signi-
ficava una scritta che scomparve in occasione di riparazioni ai danni che il terremoto del 1887
aveva prodotto all'edifìzio.

XXX.

S'ignorano gli anni della nascita e della morte di Matteo Sanmicheli. Le notizie docu-
mentali che si hanno di lui comprendono il periodo dal 1510, data dell'atto relativo al mo-
numento del Cam ber a, al 1528, data dell' istrumento concernente l'oratorio di Torino. Poste-
riormente non s'incontra più che il millesimo 1534 sulla porta della collegiata di Revello,
il quale, però, rigorosamente parlando, può anch'essere stato segnato dopo la morte dell'ar-
tista che ideò il lavoro. È probabile che l'anno della sua nascita non sia lontano dal 1485.

Le sculture noverate qui sopra non sono certamente le sole ch'egli abbia prodotto; anzi
è lecito sospettare che della maggiore e forse miglior parte dei suoi lavori abbia perito
ogni memoria. Nondimeno quel tanto che giunse a noi è tale da assicurare al suo autore
un bellissimo posto fra gli scultori ed architetti italiani del Rinascimento, il che non è pic-

1 Op. cit., pag. 66.
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