Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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EGIDIO CALZINI

indispensabile nel capoluogo del ducato. Però accertato che l'architetto dell'edifìcio di Gubbio
fu il Lovrana, bisogna anche supporre ch'egli si recasse sul posto a dirigere il primo im-
pianto della nuova fabbrica e a presiedere la costruzione almeno del voltone e del cortile;
i quali dovettero essere innalzati in tempo relativamente breve, considerati i mezzi di cui
il principe disponeva e la necessità che Luciano tornasse ad Urbino. Poiché non bisogna
qui dimenticare che proprio il portico nel cortile di Gubbio è la sola parte della costruzione
ove si mostri indubbiamente palese la presenza dell'illustre architetto; il tratto importantis-
simo del palazzo da lui non solamente disegnato ma forse anche in parte diretto. Del cor-
tile infatti osserviamo, così a colpo d'occhio, la struttura elegante, la solidità perfetta, le
proporzioni delle colonne, la grazia dei capitelli, e vi vedremo lo stile, il genio di Luciano.

Al contrario, quanto alla esecuzione dei lavori di scalpello si confrontino questi capitelli
di Gubbio con quelli del cortile nel palazzo d'Urbino e se ne tragga un giudizio. Essi sono,
è vero, simili tra loro per il disegno, per le proporzioni e persino per certe particolarità
di ornati; ma pure, a bene osservarli, una sensibile differenza c'è ; differenza che chiunque
può vedere solo che osservi attentamente le fotografìe delle tavole III e IY; differenza la
quale, più che nella lavorazione della pietra, sta nella minore abilità del marmista, abban-
donato a sè stesso. Nei capitelli d'Urbino c'è maggiore precisione di scalpello, alcun det-
taglio maggiormente sviluppato, la foglia d'olivo di forma più tonda, meno trita, il fusto
della colonna che infila esattamente col primo giro delle foglie nel capitello, ecc. Il taglio
indeciso, gli spigoli degli ornati sminuzzati, le costole delle foglie arrotondate, in quelli di
Gubbio, dipendono certamente dalla cattiva qualità della pietra friabile adoperatavi; ma
non per la trista qualità del materiale dovremo scusare la frappatura delle foglie d'olivo
più sottili e meno eleganti, il collarino della colonna più stretto di alcuni centimetri, in
alcuni casi, che non sia il capitello soprapposto, e via dicendo; codeste differenze stanno
a provare, ripeto, la minore perizia dell'artista eugubino in confronto all'altro il quale lavora
sotto la sorveglianza diretta dell'architetto in Urbino.

Da ciò io penso che se l'autore del palazzo di Gubbio è sempre Luciano, non deve
dirsi però che egli ne curasse la costruzione, come si sa ch'ei facesse per Urbino, ove non
solo diresse tutti i lavori di muratura e di pietra, ma attese col suo genio persino ai disegni
degli ornati di quelle preziose porte, finestre, camini, ecc., che oggi formano la meraviglia
e l'invidia degli amatori, particolarmente stranieri. Non potè Luciano, oltre il disegno,
dedicare alla fabbrica eugubina il suo tempo prezioso, le cure pazienti e continue del suo
talento e del suo buon gusto; Urbino, il cui palazzo suntuoso andava ornandosi in quello
stesso tempo, lo teneva continuamente occupato; ne però mi sembra ardito sospettare che
il maggior numero di viaggi fatti da Luciano dalla capitale del ducato a Gubbio si debba
limitare al primo periodo dei lavori, e cioè fino al giorno nel quale potè vedere innalzati
il cortile, i muri del palazzo e terminata la copertura del tetto; dopo quel periodo le visite
sue dovettero diradarsi o cessare affatto, stando almeno ai lavori in pietra, indipendente-
mente dal resto, che ancora si vedono nel cadente palazzo. Gli ornati scolpiti alle finestre,
alle porte, nei soffitti, ecc., se presentano, sia per la composizione, sia per gli elementi
costitutivi de' rilievi stessi, il disegno o lo stile di Luciano, non appalesano certamente,
almeno a parer mio, nè il gusto, nè il sentimento del grande maestro.

Ad avvalorare il mio asserto valga ancora l'esame delle fotografìe.

Differenze più che sensibili le troviamo nelle cornici e nelle ornamentazioni in marmo
che erano, in sostanza, parte precipua di cotesta piccola reggia. Si metta a confronto il
più bel frammento (tav. Y.) degli intagli rimasti nel palazzo di Gubbio con una parte consi-
mile del palazzo d'Urbino (tav. YI). Niuno è che non veda l'enorme distanza che corre tra
l'uno e l'altro fregio. In quel di Gubbio si hanno, è vero, le stesse spire, la medesima
composizione quanto all'abbozzatura del disegno; ma non il medesimo sviluppo, non la
stessa frappatura elegante, la stessa ricchezza ne'rosoni, bene scolpiti, la stessa proporzione
e verità negli animali; non la vita che soffia ed agita per entro quegli ornati superbi, forse
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