Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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420 DIEGO SANT'AMBROGIO

scritta FOR TIA; rivelasi da se come opera simmetrica in tutto con la medaglia della Carità di
Carpiano.

Siffatta virtù vi ò raffigurata colla consueta iconografìa di una donna seduta e ricca-
mente drappeggiata che tiene colla sinistra mano una colonna senza appalesare sforzo alcuno.
Notisi come analogo in tutto al sedile, su cui posa la statua della Carità, è del pari il sedile
rettangolare su cui sta adagiata la raffigurazione iconografica della Forza.

Nelle altre due medaglie non abbiamo la scritta superiore, per i caratteri e per di-
sposizione corrispondente pienamente a quella della medaglia di Carpiano, ma le dimen-
sioni dei marmi circolari e la lavorazione scultoria sono identiche, cosicché si rivelano anche
quei due" altri medaglioni; pezzi dispersi dell'eguale "opera" d'afte", HHiiano dello stesso
artista.

Quello di mezzo di tali medaglioni rappresenta una donna paludata seduta, che tiene
con la sinistra una targa triangolare col biscione visconteo e l'altra una figura alata di
angelo seduta anch'essa, e con le braccia conserte al seno in atto di raccoglimento e
meditazione, tenendo essa pure presso di sè uno scudo araldico colla croce.

Tutti e quattro i medaglioni teste descritti sono in marmo di Carrara e abbastanza
risparmiati dal tempo, ma più di essi si fanno notare sulla facciata della chiesa di Car-
piano altri due medaglioni marmorei, d'alcun poco più grandi in dimensione e raffiguranti
una copia d'angeli per cadauno, oranti e tenenti levata una targhetta a testa di cavallo
con le scritte rispettive di GRA CAR, riproducenti il monogramma col motto certosino
proprio della Certosa pavese Gratiarum carthusia (fìg. 2a).

Questa sigla, chiaramente impressa su quei due marmi, è la miglior prova che si po-
tesse desiderare della sicura loro provenienza dalla Certosa di Pavia, e certo fa meraviglia
come ciò non sia stato osservato prima d'ora, tanto più trovandosi quei due medaglioni,
infìssi nella facciata di Carpiano, precisamente al disopra di due statue d'apostoli in marmo
di Gandoglia e della scuola artistica dei Mantegazza, che, come tali, si appalesano opere
tolte al basamento della Certosa pavese, ove rimangono anzi tuttora vuote le nicchie che le
ospitavano un giorno! ~ " a

E ognuno vede di quanto peso sia questa indiscutibile provenienza dalla Certosa di tali
statue e medaglioni anche per l'assegnamento alla Certosa dell'altare quadrifronte di Carpiano
con sculture della fine del Trecento, e delle quattro colonne del ciborio in marmo di Gando-
glia poste ora a sostegno del pronao di quella chiesetta rurale!

In questi due medaglioni, con una coppia d'angeli ginocchioni per cadauno, della fac-
ciata di Carpiano, i meriti artistici di Gian Antonio Omodeo risultano in assai più chiara
luce, e se i quattro medaglioni testò descritti ponno ritenersi essi pure opera sua, ma della
prima maniera quale vediamo nelle sculture di Bergamo e di San Lanfranco, questi due grandi
medaglioni invece si fanno notare non solo per l'aggraziata lavorazione e la leggiadria di
forme delle coppie celesti, ma altresì per il puro e castigato sentimento e l'espressione loro
veramente angelica.

Le pieghe degli abiti sono meno cartacee, sì che riescono i panneggiamenti a svolazzi
armonici e fluenti, e notisi la grazia con cui le creature celesti tengono ritta dinanzi a loro
la targa in forma di testa di cavallo col monogramma cartusianense. Le teste sono rigorosa-
mente trattate con lineamenti alquanto angolosi, ma molta dolcezza d'espressione, e non so
qual soavità di atteggiamento notasi nelle loro figure.

Nella facciata stessa di Carpiano, al disotto delle due statue d'apostoli, vedonsi poi
infìsse altre due medaglie di dimensioni assai più piccole, non solo dei due medaglioni
con gli angeli oranti, ma altresì degli altri quattro più sopra descritti.

Tali medaglie, di carattere meramente decorativo e analoghe grandemente a quelle che
vedonsi nel basamento della facciata della Certosa ticinese, sono foggiate non già in marmo,
ma in quel serpentino d'Oira, di natura anfibolica, che annerisce col tempo sì da sembrare
bronzo.
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