Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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RECENSIONI

poggio (lei relativi documenti, si cercò di provare
che il famoso dossale di quel tempio, dimezzato al
tempo dell'assedio, sconquassato e depredato da poi,
oggi non sia da considerarsi che come una reliquia
di quello che fu, come un'opera frammentaria. TI
nostro autore, all'incontro, giovandosi pure degli
stessi documenti, ma interpretandoli in modo di-
verso, dimostra che Firenze, per fortuna, possegga
ancora pressoché intero quella celebre opera d'arte.

Dal rivestimento originale della sacra mensa
del Ii;ittistero, fatto fare dai Consoli dell'Arte di
Calimala, alla quale spettava la cura dell'abbelli-
mento di quel tempio nel secolo xnr, pure in ar-
gento finissimo, e i cui bassorilievi, come in quella
esistente, rappresentavano la storia del Precursore,
parlano Stef. Rosselli e A. Fr. Gori, il primo in un
ricordo del suo ben noto Sepoìtuario, il secondo
nella sua storia di San Giovanni (Monumenta sa-
crae vetustatis insigniti Battisteri Fiorentini. Flo-
rentiae 1756). Non rispondendo quell'opera più alle
esigenze del risveglio che nel Trecento avevano
preso tutta la vita e principalmente le lettere ed
arti in Firenze, si pensò di sostituirle un'altra più
sontuosa e più bella, perciò i consoli dell'arte di
Calimala allogarono il 16 gennaio 1366 il lavorìo
di un nuovo dossale istoriato in argento, da ser-
vire alle solennità della festa del titolare, che Fi-
renze faceva da tempo immemorabile con pompa
singolarissima, agli orefici fiorentini Retto di Geri
e Leonardo di Ser Giovanni, secondo i patti con-
tenuti nella scrittura dell'allogazione. Smarrite le
carte originali dell'Archivio dell'Arte dei Mercanti,
non conosciamo quest'ultimi se non dai sunti estrat-
tine dal senatore Carlo Strozzi, sunti che ci istrui-
scono anche sul progredimento del lavoro. Altri,
allegando che Leonardo di Giovanni allo stesso
tempo operasse nei bassorilievi dell'altare di S. Ja-
copo in Pistoia, e che il suo nome all'infuori della
allogazione non occorresse nei conti de' pagamenti,
dubitò ch'egli prendesse parte efficace ai lavori del
dossale. Ma a parte che non in una partita, ma in
due si trova il nome di lui appositamente ricor-
dato, e che nelle altre Retto di Geri riceve i pa-
gamenti « per se e per li suoi compagni », l'au-
tore osserva che i documenti dell'Archivio dell'Opera
di San Jacopo di Pistoia, invece che al 1366 ripor-
tino il principio del lavorìo dell'altare fatto per
esso da Leonardo al 1357, e non ne segnino che
il saldo al 1371. E giustamente egli domanda se
i Consoli di Calimara, volendo che l'opera da loro
ordinata superasse ogni altra congenere, avrebbero

potuto affidarne il lavoro alla cieca, allora quando
ogni e qualunque opera d'arte non si allogava senza
modelli ? E da questi argomenti egli trae, e ci
pare ragionevolmente, la conseguenza, che ad am-
bedue i maestri si debba attribuire non solo il pro-
getto, ossia il modello di tutta l'opera, ma che an-
che una parte cospicua della sua esecuzione spetti
a Leonardo, e cioè dal principio fino al 1377, giac-
che da allora in poi nei pagamenti troviamo altri
due maestri, Michele di Monte e Cristofano di Paolo,
prendere il posto di Leonardo come esecutori ma-
teriali del lavoro già progettato da questi insieme
con Retto di Geri. E con questa argomentazione
di carattere astratto viene a concordarsi pienamente
il raffronto concreto operato su ambedue i lavori.
Imperocché, comparando le storie che Leonardo
con certezza scolpì per Pistoia a quelle del dossale
fiorentino, colpisce straordinariamente il modo iden-
tico di trattare le armature, i panneggiamenti, i ca-
pelli e le barbe, e sopratutto la vivacità degli at-
teggiamenti. Certo, nel dossale fiorentino c'è un
fare più largo, più quieto, ma nell'altare di Pistoia
si faceva opera, per così dire, d'imitazione per non
discostarsi troppo dal resto, mentre in quello di
Firenze si lavorava di originale e in spazi alquanto
più grandi. Ai due maestri ricordati più sopra si
dovrebbe quindi il compimento dell'opera; infatti
li troviamo occupati a lavorarvi prima insieme con
Retto, e dal 1387 in poi senza lui, fino al 1402,
quando pare esserla stata finita, non riferendosi se
non ad alcuni lavori di racconciatura un pagamento
fatto nel 1410 a Cristofano. Compiuta così tutta la
parte architettonica del dorsale, e le of;to storie che
spettavano alla fronte, i lavori vennero interrotti
per cagione delle allogazioni che l'Arte di Calimala
aveva fatte per la seconda e in seguito per la terza
porta del Rattistero, l'una dopo l'altra al Ghiberti,
allogazioni che ritardarono la loro ripresa fino
al 1452, quando colla statuetta del Rattista, ese-
guita dal Michelozzo, ebbero fine, almeno in quanto
spetta alla fronte del dossale. Altri ventotto anni
si ebbero ad aspettare, finche nel 1480 anche i
bassorilievi dei due lati, allogati due anni prima
al Pollajuolo, al Verrocchio, a Rern. Cennini e ad
Ant. Di Salvi, furono consegnati ai committenti, e
con essi il dossale rimase finalmente compiuto.

Venendo il nostro autore, prima di concludere,
a parlare delle peripezie sofferte dal dossale, se-
condo l'opinione della Deputazione di S. M. del
Fiore, nell'assedio del 1530, dimostra, servendosi
della testimonianza degli Spogli dello Strozzi, che
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