Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 13.1903

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IL VASO DI HAGHIA TRI ADA

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col tubo d'immanicatura, che si trovano in Sardegna e
più comunemente nella Francia settentrionale e nella
Gran Brettagna ('). Che la falce fosse tra gli strumenti
molto adoperati nella guerra, noi lo sappiamo per
molte testimonianze degli antichi autori, quali Diodoro
e Curzio Rufo nei capitoli sopra citati, Polibio, Cesare,
Livio ecc. (-). Ve n' erano di specie e grandezze di-
verse, ed avevano, com' è noto, una particolare im-
portanza negli assedi e nelle battaglie navali (falces
murales, SoQvdQéTtara). Nei primi esse servivano a re-
scindere valium et loricam, come s'esprime Cesare (:!),
e il loro uso nelle seconde ci è chiaramente descritto
da Cesare stesso nel suo racconto della battaglia na-
vale tra Galli e Romani (*) ; qui si vede ch'esse erano
principalmente destinate a tagliare le gomene e le
sartie delle navi nemiche, come ci è confermato anche
da altra parte, sebbene in certi casi potessero servire
anche in altra maniera (5). Fissate ad aste o pertiche
più o meno lunghe esse venivano manovrate o per
mezzo di macchine oppure semplicemente a mano, come
sarebbe il caso dei guerrieri di H. Triada, qualora noi
avessimo da riconoscere delle falci belliche nei loro
strumenti adunchi.

Insisto ancora su questo ultimo particolare, cioè
appunto sul becco adunco, del quale feci già menzione

(') Cfr. Pinza, Monum. ant. d. Lincei, XII, tav. XVI, 31 ;
p. 147, 187 e 278. John Evans, Uage du bronze, p. 210 e
213 sgg., figg. 234-236.

(2) Cfr. i passi citati nei dizionari del Porcellini e dello
Stcphanus s. v. falsa bellica e ifoQvrfgénavov.

(3) Bell. gali. VII, 80; cfr. ibid. 22, e 84. Veggasi anche
l'assedio d'Ambracia presso Livio XXXVIII, 5. Anche il passo
di Curzio Rufo IV, 3, 10 « ad molem usque penetrabant (Tyrii),
faleibus palinas arborum eminentium ad se trahentes, quae ubi
secutae erant, pleraque secum in profundum dabant » fa pen-
sare a falci inastate. Cfr. ibid. 25.

(4) « Una erat magno usui res praeparata a nostris, falces
praeacutae, insertae afflxaeque longnriis, non absimili forma
muralium falcium. His cnm funes, qui antennas ad malos desti-
nabant, comprehensi adductique erant, navigio remis incitato,
praerumpebantur. Quibus abscissis, antennae necessario conci-
debant. ut, cum omnis Gallicis navibus spes in velis, arma-
mentisque consisteret, his ereptis, omnis usus navium uno tem-
pore eriperetur «. Bell. gali. Ili, 14.

(5) Cfr. Strab. 4, p. 195 : xaxéanuìv ol 'Piopcttoi rtì larici cfogv-
Sgincivoie. V. poi Tlat. Laches, VII, p. 183, D : TiQoa^aXnvarjg yùq
rijg t'soig, ècp fi ÈnejSt'tTfve {Xnjai'ì.eMg), npòg vXxciffcc jivd, èfxci^eio
e%ù)v (foQvifgén&i'or, diacpértoy tfjj onXov, ars xcd àvròg jwv aXXmi>
(Tiacpé()(i)f. Ma quella volta, come racconta Platone, l'esito fu
comico essendo la falce rimasta implicata nell'armatura del-
l'altra nave. Dalle sue parole parrebbe, che l'uso del àoqvàQénavov
nei combattimenti fosse allora qualcosa d'insolito e di nuovo
in Grecia.

e che ricorda moltissimo il becco di falco o di corvo
o di parrocchetto, sporgente da uno dei lati delle ala-
barde recenti. Come forme ed usi sono originati o
ripristinati da analoghi bisogni e circostanze, così non
sono da disdegnarsi gli insegnamenti, che possono ve-
nirci da qualunque altra parte, ove si trovino le cor-
rispondenze. Quel becco delle alabarde serviva princi-
palmente per agganciare in qualche parte l'armatura
del cavaliere nemico e tirarlo giù di sella; ed allo
stesso scopo servivano i becchi e le unghie di cui
erano munite le corsesene ('). Ma ancora più stringente
ed istruttiva è 1' analogia con quelle forche da scale
ossia da assedio, dalle quali sotto i rebbii sporgono
due crocchi, od anche una roncoletta ed una piccola
scure (-). Codesti esempi ci fanno giustamente presu-
mere un uso analogo del becco dell'arma di H. Triada,
oltre all'essere questa forse anche arma da taglio (:ì).

Tale interpretazione parrebbe adattarsi bene al
caso nostro, sia che si vogliano riferire le armi di
questi guerrieri ad operazioni di assedio, sia a ma-
novre di pugna navale; e ciò tanto più, in quanto
sembra molto più difficile il maneggio in senso oriz-
zontale di un'ascia o di un piccone sormontato da
quel fascio di spiedi lunghissimi. Il che tuttavia non
basta ad escludere le altre due possibilità, che del
resto riguardano un particolare di non primaria im-
portanza. Più importante sarebbe il sapere chi siano
codesti armati. Ripensando a quello che s' è detto in
principio, che cioè il vaso è opera cretese, nasce ora
spontanea l'idea ch'esso ci rappresenti uomini e vicende
di Creta, anzi forse di Phaestos stessa. Phaestos era vi-
cinissima al mare, ed esposta quindi non solo ai pericoli
d'incursioni altrui, ma anche alle tentazioni di spedi-
zioni proprie contro altre terre ; non doveva quindi agli
antichissimi suoi abitatori mancare occasione tanto di
doversi difendere dall'alto della rócca, quanto di com-
battere dal bordo delle loro navi. Trattandosi di un

(') Cfr. p. es. Angelucci, Catalogo delVArmeria Reale di
Torino, p. 356-371. V. anche Meyer's Conversation-Lexikon
s. v. « Hellebarde ».

(2) Angelucci, o. c. p. 375 (J. 243, 244); cfr. anche ibid.
372 sg. gli spiedi muniti di rebbii e di ganci.

(3) Non so se sia da dare peso alla circostanza, che tutto
il contorno dell'arma è tagliato netto senza graduale affilatura,
che non era facile ad esprimersi nel rilievo. Nei martelli d'arme
(Angelucci, p. 344 seg.) il becco è superiormente affilato,
sotto no.
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