Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 20.1910

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407 LE PIETRE FU

stessi strumenti che dovevano maneggiare i primitivi
artisti del tufo e del calcare attico ('), cioè gli stru-
menti ricordanti la primitiva tecnica del legno, lo
scalpello ed il punteruolo, mentre una specie di liscia-
toio, oppure lo scalpello stesso convenientemente ado-
perato, doveva rendere levigata la superfìcie.

Lo scalpello doveva essere usato a vere martel-
late per la prima lavorazione della pietra: ed in realtà
i colpi lunghi e forti di scalpello, che si notano negli
spessori di alcune stele, palesano la forte pressione
esercitata dal martello; ma nella lavorazione degli
ornati e delle figure lo scalpello doveva essere usato
a sè, con la semplice mano direttrice di colpi brevi,
sapientemente regolari.

Il punteruolo doveva fare le semplici scalfiture che,
come vedremo, o costituivano il primo abbozzo della
decorazione o servivano ad esprimere i vari e minuti
particolari.

Alcune pietre funerarie ci sono rimaste non ancora
rinite o semplicemente abbozzate nella loro sàgoma:
esse c' istruiscono assai bene sul modo col quale pro-
cedeva il lavoro di scalpellamelo. La pietra del Giar-
dino n. 8 (fig. 1) ha già nella parte, che doveva poi
essere lavorata, il caratteristico contorno delle stele
felsinee con la circonferenza in alto.

Agevole cosa doveva essere il togliere dall'arenaria
stratificata un grande scheggione, formare su di esso
il grossolano contorno della stele e levigare ambo le
faccio. E questo in verità appare già compiuto nella
pietra della Certosa n. 166 ; in uno stadio ancor più
imperfetto e rozzo in un'altra pietra, pure della Certosa,
n. 177 (fig. 2). Talora la levigazione di ambo i lati, sì
da ridurre essi lati a due veri piani paralleli, non era
compiuta e prevaleva invece l'irregolare andamento del
primitivo scheggione ; la quale cosa si può osservare
nella stele arcaica della Certosa, n. 187 (fìgg. 62 e 85).

Ma, ritornando alla stele n. 8, lo scalpellatore,
tagliata rozzamente la pietra, aveva inciso con leg-
gerezza su di un lato due linee parallele tra di loro,
formando una fascia che gira assecondando lo sbozzato
contorno della stele. Questa fascia avrebbe dovuto poi
formare la cornice caratteristica nelle nostre pietre
funerarie ; e la linea esterna di questa fascia avrebbe
dovuto costituire la linea di appoggio, la base, cioè,

(') Perrut e Chipiez, Histoire de l'art, voi. Vili, p. 151 e seg.

LRIE FELSINEE 4gg

su cui si sarebbe condotto il contorno regolare della
pietra. Di più, a limitare il campo levigato della stele
da lasciare fuori terra, dal campo grezzo da infiggere
nel terreno, lo scalpellatore aveva già inciso le due
linee che avrebbero costituito la fascia, il listello di-
visorio tra la parte visibile della pietra e quella na-
scosta.

Fig. 1. - Stelo n. 8.

Già maggiormente avviato appare il lavoro nel
piccolo frammento n. 39 del Giardino, nella stele
De Luca n. 150 (fig. 12), ove è il contorno definitivo, già
essendo indicata la fascia della cornice. Il lavoro in-
termedio, cioè col contorno non ancora ultimato e con
la cornice di cui si è già iniziato lo scalpellamene,
ci è offerto dalla stele Arnoaldi n. 103.

Ma talora il contorno definitivo della pietra po-
teva essere condotto senza incidere dapprima la cor-
nice, mediante l'appoggio di una semplice, curveg-
giante linea incisa ; questo ci testificano le due stele
n. 7 (Giardino) e n. 154 (De Luca, (fig. 12)).

Oltre a questi esemplari, che ci illuminano sui
primi stadi di lavorazione, abbiamo altre pietre che
non furono condotte a termine. La piccola stele Ar-
noaldi ìi. 104 (fig. 73) è adorna su di un lato di un guer-
riero; nel lato posteriore possiamo tuttora scorgere
incise a linee assai leggiere la cornice ed il listello
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