Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi: Antichità del territorio Falisco: esposte nel museo nazionale romano a villa Giulia (Parte prima) — 4.1894 (1895)

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DEGLI SCAVI DI ANTICHITÀ NEL TERRITORIO FALISCO

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dell' Etruria, dove le classi povere agricole hanno por
la loro mensa un vasellame composto e cotto nel modo
primitivo (').

Ma pur avendo ciò presente, è anche necessario
ricordare che, mentre continuava la produzione delle
vecchie forme colla vecchia tecnica, doveva succedere
facilmente che in questa stessa vecchia tecnica si pro-
ducessero dei fittili anche nelle forme nuove che il
commercio faceva conoscere. Parimenti doveva essere
naturalissimo il fatto che, volendo le nuove industrie
facilitare lo smercio dei propri prodotti presso le nostre

rozze genti, facessero pei nostri mercati molte stoviglie
nella nuova tecnica, ma secondo le vecchie forme, che
presso di noi erano consacrate dall'uso.

Da ciò la difficoltà non lieve di classificare i fit-
tili prendendo a sola guida la varietà delle forine;
e quindi la necessità che di queste varie forme si
tratti a seconda dei procedimenti vari, ossia a seconda
delle classi dell'industria che sopra abbiamo enume-
rate. Risultando così manifesto quale sia la produ-
zione prima e propria a ciascun procedimento tecnico
od a ciascuna classe, e quale sia la produzione imi-

(!) Nel Museo civico di Imola il eh. senatore Scarabelli mi
mostrò un grande piatto, lavorato a Piancaldoli, ed usato dai
montanari per cuocere i cibi. È di creta mescolata con ara-
gonite pesta, che trovasi sul luogo, e che impedisce il defor-
marsi del fittile nel prosciugamento; e fu cotto a fuoco libero,
cioè semplicemente con fiamma accesavi intorno. Nel modo me-
desimo sono lavorati i grandi piatti in molti paesi dell'appen-
i»ino bolognese, ed in alcuni villaggi sull'Attilia nell'orvietano.
È noto poi che lo stesso procedimento primitivo continua ad
essere in uso tra le genti barbariche. E poiché la notizia che
ho potuto avere a questo proposito è proprio recente, non sarà
inopportuno che io qui la aggiunga. Ne sono debitore al mio
amico cav. Guido Boggiani, pittore valentissimo, il quale dal
suo Giornale di viaggi mi ha cortesemente copiato questi ap-
punti, circa il modo con cui attualmente lavorano le stoviglie i
Caduvei nell'America del sud (Matto Grosso, Stato del Brasile).

7 febbraio 1892.

.....all'ombra della sua capanna, accoccolata alla turca su

di uno stuoino di erbe, una donna (sono sempre le donne che
fanno questo) stava fabbricando terraglie.

« Aveva già terminato un grande piatto, due piccoli ed
un'olla grande, e ne stava facendo un'altra.

« Preparata la creta, convenientemente mista a polvere di
cocci pestati, ne faceva de' salsicciotti, che andava disponendo
man mano a spirale, principiando l'oggetto dal centro del fondo ;
e con la mano bagnata nell'acqua ne univa le parti toccantisi,
schiacciandoli e lisciandoli, fino ad ottenere la forma voluta.

u Poi completato grossolanamente l'oggetto, ci tornava sopra
lisciandolo prima internamente, poi di fuori, con una conchiglia,
lino a che, ottenuta quella perfezione di forme e di lavorazione
che l'uso dell'oggetto richiedeva, lo finiva col farci l'orlatura
superiore.

u Non ho veduto ancora come procedono alla parte orna-
mentale ed alla cottura delle terraglie ; ma non tarderò ad avere
l'occasione di fare le mie note anche su questa importante parte
del lavoro.

15 febbraio.

« Oggi ho potuto assistere alla ornamentazione, pittura e
cottura di alcune terraglie, potendo così completare le osserva-
zioni fatte al proposito il giorno 7 scorso.

« Lisciata per bene la creta, ed ottenuta la forma conve-
nientemente perfetta, si procede a disegnare i geroglifici orna-
mentali, essendo ancora abbastanza molle la creta.

u In una mano, la sinistra se il fabbricante non è man-
cino, si tiene una cordicella, ben torta ed uguale, bagnata; e
con l'indice dell'altra mano la si va imprimendo, cominciando

per la estremità, nella creta a righe diritte o curve o spezzate
o parallele od incrociantisi, secondo che la fantasia del dise-
gnatore suggerisce al momento, senza pentimenti, raramente
con correzioni, con sveltezza e senza prendere molte misure
preventivamente.

« Segnati così i contorni di tutta l'ornamentazione, che
restano naturalmente incavati a piccole lineette diagonali, si
lasciano seccare le terraglie, prima all'ombra, poi ancora al
sole, perchè ne esca quel resto di umidità che ancora potessero
contenere.

« Quando sono completamente secche, prima di metterle
al fuoco, si dipingono le parti che devono avere il colore rosso,
che si ottiene con lo sfregare fortemente una contro l'altra duo
pietre di ferro naturale aggiungendovi un poco di acqua, la
quale non tarda a prendere un bel colore rosso intenso.

« Poi, contornata la terraglia da una parete di asticelle
di legna secche, disposte in ordine, in modo che non abbiano
a toccarla cadendo durante la combustione, ma che ne sorpassi
l'altezza, vi si dà fuoco, curando che tutta la legna bruci nello
stesso tempo.

« Generalmente è cotta la creta quando è consumata la
legna.

« La creta che era da prima grigia, è divenuta gialla ros-
siccia, in qualche parte chiazzata di nero ; ed il colore di ossido
di ferro ha mantenuto il suo bel colore di prima ed è diventato
solido per l'azione del fuoco.

« Levata la terraglia dalle brace, mentre è ancora rovente,
si procede a dipingervi le parti del disegno che devono figu-
rare in nero. La quale tintura si ottiene con la resina di Palo
santo (Guayaco officinale), che al contatto della terra cotta ro-
vente si scioglie, e la copre come di una vernice nero verdastra
lucente, che col raffreddamento diventa poi durissima.

u A freddo poi, con uno stecco si riempiono le linee for-
mate dall' impressione della corda con una poltiglia piuttosto
liquida di acqua e di una creta bianca come gesso, che si trova
in qualche punto di questi terreni.

« Si fanno pure terraglie lisce senza ornamentazioni a cor-
dicella. Queste come l'interno do' piatti vengono pure ornate a
geroglifici in rosso ed in nero, prima della cottura. Il rosso è
ottenuto, come è detto sopra, con l'ossido di ferro ; il nero in-
vece non è che un colore ottenuto con polvere di carbone ed
acqua mista al sugo di un frutto che i Ciamacoco chiamano
Nàhantau o Nàhandau, che con l'azione del fuoco diventa in-
delebile.

« Questa stessa mistura usano i Caduvei per disegnare le
ornamentazioni del corpo.
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