Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 2.1896

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diego sant'ambrogio

Premesse brevemente queste notizie per meglio accertare l'attribuzione al fiorentino
Bai (lassare degli Embriachi del grandioso trittico e dei due cofani ducali della Certosa pavese,
ne conviene ora esporre come, per chi abbia appena superficialmente studiato l'opera di
questo artista nei due cimeli testé citati, riesca senz'altro al detto artefice ascrivibile anche
il trittico più sopra descritto del Museo del Bargello, per quanto sia esso nelle dimensioni
sue e nella condotta del lavoro inferiore a quello della Certosa di Pavia.

E, per vero, identica è in entrambi i trittici e così pure nei due cofani la lavorazione
dell'avorio di denti d'ippopotamo, tanto nelle figure quanto negli accessori del paesaggio
e dei piccoli edifìci di cui s'è fatto cenno nella zona inferiore. Yedansi al riguardo, per gli
opportuni raffronti, la figura del Cristo in croce e quelle, in ispecial modo, degli apostoli
Pietro e Paolo, riprodotti nell'egual modo nel trittico pavese.

Quanto ai citati accessori, ad un medesimo artista non può che attribuirsi l'espediente
della piccola zona con casette ed edifìci diversi nella parte inferiore del trittico del Bargello
di cui si valse largamente il Baldassare degli Embriachi in gran parte dei sessantasei qua-
dretti del trittico della Certosa. I pini ad ombrello con stilature longitudinali, sono poi
analoghi in tutto in entrambi i trittici, e così il modo con cui sono trattate le rupi e i
particolari del paesaggio.

Meno ricco ed elaborato di quello del trittico pavese è l'ornato a fogliami che corona la
cuspide della parte centrale, ma eguale è il garbo con cui si svolgono le foglie d'acanto e
termina la cuspide in entrambi i trittici con una pigna ornamentale, e simile in entrambi
è la greca ad intarsio del basamento.

Solo, come già notammo, il trittico del Bargello è cosa di assai minore importanza
artistica e in luogo di una vera e propria pala d'altare da rimanere costantemente aperta,
e con tre cuspidi decorate di ben 66 quadretti, leggiadramente circondati da cornici con
colonnine a spirali sorreggenti un architrave con archetti trilobati, si appalesa il trittico
fiorentino piuttosto come un altarino portatile composto d'una sola cuspide centrale con
sportelli chiudibili ai lati, destinato a qualche piccola cappella o altarino di chiostro, e non
già ad un grande altare chiesastico.

Ma, con tutto ciò, per quanto concerne la mano d'opera, e, più che altro, la composi-
zione generale del lavoro e il modo con cui fu condotto a termine, si manifestano i due
trittici teste citati come opera indubbia di un solo ed unico artista, nonostante che manchino
o siensi obliterate nel trittico del Bargello le dorature che rendono più ricco e pregiato il
trittico della Certosa di Pavia, e questo artista altro non può essere che quel Baldassare
degli Ubriachi, o degli Embriachi, che, come ci è noto dal documento più sopra citato,
ebbe a foggiare di sua mano, dietro ordinazione ed a spese dei Certosini, il trittico pavese
negli anni del 1396 al 1409.

Ora, a queste conclusioni sembrava opporsi l'attribuzione fin qui data al trittico del
Museo nazionale del Bargello, e che risulta inscritta anche a' piedi della bella e nitida foto-
grafìa stata fatta di quel tabernacoletto d'avorio, d'essere cioè il medesimo opera di Andrea
di Cione Orcagna del xiy secolo.

L'egregio direttore del Museo del Bargello, sig. prof. Umberto Kossi, all'uopo interpel-
lato, non mancò però, con sua lettera del 21 novembre ultimo scorso, di dichiarare egli
stesso, che « quel trittico non è certo dell'Orcagna, il quale non consta abbia mai fatto
lavori in avorio», e aggiunge: «che basterebbe confrontare le figure del trittico con quelle
del tabernacolo di Orsanmichele per comprendere che l'Orcagna non vi ebbe parte meno-
mamente, e che il trittico è così lavoro di altro artefice, probabilmente fiorentino, del
secolo xiv ».

Tale artista, dai raffronti fatti, ci si appalesa, effettivamente, nativo di Firenze e del-
l'epoca teste citata, in quel Baldassare degli Embriachi che tanta fama acquistò giustamente
per la ricca e meravigliosa pala d'altare della Certosa di Firenze, ed è bene sia rivendicato
al suo nome anche il più modesto trittico, di cui facemmo la descrizione, del Museo nazionale
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