Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 2.1896

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EMIL JACOBSEN

Il busto d'uomo attempato, dal largo volto con barba rada, dalla carnagione dal tono
chiaro-rossiccio, è la copia di un ritratto negli Uffizi, colà attribuito a Holbein.1 Quel dipinto
viene qui attribuito al povero Luca di Leida, di cui tanto si abusa come riempitivo di lacune.

Un San Girolamo, mezza figura e fortemente colorita. Il paesaggio segue la maniera
di Momper, e il quadro viene esso pure attribuito a Luca di Leida. A mio avviso però
risale ad uno degli ultimi seguaci della scuola di Quentin Massys.

Un altro San Girolamo viene attribuito, tanto per cambiare, ad Holbein seniore. Nel
tipo ricorda un altro Girolamo nella collezione Cereda di Milano, il quale viene attribuito,
certamente a ragione, al pittore della Morte di Maria. L'esecuzione è per altro meno buona.

La Santa Francesca Romana non è di Caravaggio, ma di un seguace di Strozzi.

La Madonna di Procaccini, all'incontro, è autentica, ma rovinata.

La grandiosa Risurrezione di Lazzaro non può essere opera del pennello di Caravaggio
(è troppo pesante nel colore), ma potrebb'essere uscita dal suo studio.

L'incredulo San Tommaso, nella maniera caratteristica di Bernardo Strozzi, appare
tanto nella fattura, come nel colorito, più freddo del solito. Lo stile accademico, il freddo
tocco argenteo delle tinte accennano all'influenza di Guido Reni.

Il busto dell'apostolo Paolo è invece dipinto nella sua maniera più libera e più ardita.
Nel colorito caldo, potente, nella genialità del suo tratto di pennello, egli può qui misurarsi
con Ribera, anzi, nel modo di caricare le tinte grasse e brillanti, rievoca persino il ricordo
di Rembrandt.

Due piccoli tondi con animali dipinti vengono attribuiti l'uno (con agnelli) a G. B. Casti-
glione (incerto, forse di un maestro nordico), l'altro (con colombelle) all'abile pittore di
animali Sinibaldo Scorza, già ricordato.

Maria col Bambino nudo, a cui essa dà maternamente a mangiare col cucchiaio in
mano, presenta di nuovo un dipinto caratteristico di Strozzi. Il motivo di un grande natu-
ralismo è forse attinto da maestri nordici. Il rosso-ciliegia ardente delle carni passò di poi
nelle pitture di B. Castiglione e Domenico Piola. IL nostro maestro ricorda, per altro, qui
Bartolomeo Schedone. Strozzi ha attinto qualche cosa da quasi tutti i suoi contemporanei, senza
scapito veruno dell'originalità della sua maniera.

Cristo che porta la croce, piccolo dipinto ardente nelle tinte e di grande effetto nella
fattura, ma debole nel disegno delle forme del corpo, viene attribuito a ragione al celebre
pittore di cupole Giovanni Lanfranco.

Per finire con questa sala accennerò ancora al bel San Sebastiano (sopra la porta d'en-
trata) di Guido Reni. Tale dipinto, che qui si pretende sia un capolavoro del maestro auten-
tico, è invece soltanto un'accurata copia del San Sebastiano che, se non erro, si trova nel
palazzo dei Conservatori in Roma.

Detto quadro, per altro dipinto con valentia, viene in questa Galleria particolarmente
pregiato. Gl'inservienti e i ciceroni della Galleria non trascurano di dare al visitatore la
notizia che un inglese ha offerto per quel quadro 300,000 franchi.

Sala YII.

Il primo quadro che ci si para dinanzi agli occhi è un notevole ritratto d'uomo ancor
giovane, dalla barba nera, il quale siede ad una tavola ricoperta di verde con un libro
aperto in grembo. Nel piano medio si eleva un alto albero, attorno al quale si attorce un
nastro. Sullo stesso havvi una scritta che l'altezza a cui è posta non permette di leggere.
À' piedi dell'albero sta uno scudo sul quale spicca una croce nera.

L'uomo porta un mantello sopra ad un abito di velluto rosso, il quale lascia scorgere
nelle maniche le pieghe trasversali, vividamente illuminate, sì caratteristiche nel Tintoretto.

1 Adesso ad Antonio Moro.
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