Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 2.1896

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§ 4. Attiguo al palazzo antico dell'Episcopio, clie per ingrandimenti fattivi da Ur-
bano IV (1264) e vari pontefici nella loro dimora in Orvieto, si chiamò in parte papale, è
fondato nell'area della piazza del duomo, sul fianco destro di esso, occupando una superficie
di suolo di mq. 1074. Costruito a filari di tufo a cortina, a prima vista si presenta di tre
piani, coi suoi tre ordini di finestre; cioè quelle di pianterreno, a forma di lunghe e strette
feritoie, le trifore al primo piano e le finestrelle in alto. Ma veramente tutto l'edificio risulta
del terreno e di un solo piano con doppio ordine di finestre aperte in un unico salone
di mq. 657. S'illumina questo da soli tre lati; cioè dal lato del duomo e dal lato della via
Soliana per dieci finestre successive per ogni lato, una delle quali più piccola a forma di
loggia, senza davanzale; dal lato davanti, dalla finestra trifora e dalla porta allo stesso
livello, e in alto, nel centro, da una finestra a tutta luce. La scala è addossata sul lato
del Duomo in due branche interrotte da breve ripiano, che hanno riposo sulla spianata
della loggia prospiciente nella piazza. Cotesta loggia, nel primo concetto dell'architetto,
non vi era accolta; e quando s'innalzò il lato dell'edificio sulla piazza, non si pensava a
legarlo con addentellati per la costruzione di essa. Per effetto della posteriore costruzione
rimasero chiuse le finestre del pianterreno su quel lato, cadendo sulla loro apertura l'ap-
poggio del piano della volta. La loggia, dunque, fu aggiunta dopo un primo periodo di
lavoro. Nè l'edifizio, com'è a noi pervenuto, può essere tutto intero il concetto di chi lo
immaginava, destinandolo ad uso di palazzo apostolico. Un palazzo apostolico costituito di
un solo salone? e per accedere al quale conviene uscire dalla residenza papale? Come non
immaginare fra i due edifici, avvicinati l'uno all'altro, un legame? Il palazzo papale si aveva
già, e attiguo alla cattedrale e all'Episcopio, e in esso vari papi fecero residenza. Le nuove
esigenze della corte pontifìcia richiedevano comodità maggiori e più vasta sede. Finalmente,
si pensò ad ampliare il palazzo, tirando su un nuovo corpo di fabbricato al quale riunirlo.
Facilmente anche s'immaginò la costruzione di un salone grandissimo, che avrebbe emu-
lato la mole del Duomo, e di cui quel tanto che s'innalzò allora e che oggi rimane, non
sarebbe se non la metà. Difatti, fra l'attuale palazzo Soliano e la sala grande d'entrata del-
l'Episcopio corre altrettanto spazio disponibile quanto ne sarebbe stato necessario per pro-
seguire d'un'altra giusta metà il Soliano. Il pianterreno, con la sua arcata maggiore inter-
rotta in quel punto dove finisce l'edificio attuale, somministra l'indizio per quanto diciamo.
La loggetta sulla via Soliana e sull'aperta campagna, che corrisponde a quell'arcata del piano
sottoposto, richiama il paragone con la loggetta nel centro del palazzo ducale a Venezia.

Ad ogni modo, basta osservare il lato del Soliano verso l'Episcopio per convincersi
che bene doveva essere proseguito. Solamente questo lato non è costruito a filari a cor-
tina, come sono murati gli altri lati, e fu chiuso posteriormente, quando, cioè, cambiata
la sorte della curia romana in Italia, col trasferimento in Francia, Orvieto non poteva più
offrire un asilo ai papi, epperò cessava l'opportunità di proseguire il fabbricato e collegarlo
col l'Episcopio. Finalmente si deve osservare che se Bonifacio YIII commutava i 40,000 fiorini
d'oro dell'ammenda di guerra con un equivalente che importava la costruzione del palazzo
apostolico, non poteva contentarsi dell'edificio presente, ma dovette approvare una vasta mole,
che servisse di nobile residenza al pontefice, e desse adito a quanti sogliono prender parte
nelle cerimonie della curia pontificia.

Ma doveva venire il tempo delle disgrazie. Giostrandosi nella piazza del Duomo il palio
il giorno 18 febbraio 1504, molte persone, a meglio vedere, erano salite in capo a.1 palazzo
stato appositamente scoperto di tegole e canali, i quali furono tirati tutti su due canti. A
un tratto, per il peso di tutta quella gente, fracassò il tetto e insieme caddero più di novanta
persone. 1

1 Diario di ser Tommaso di Silvestro, fase. II, pag. 407.
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