Vitruvius; Galiani, Berardo [Transl.]
L' Architettura Di M. Vitruvio Pollione — Napoli, 1758 [Cicognara, 733]

Page: 347
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-7^

cap.iii.

III.

col calcolo trovò la quan-
il manifesto furto dell’ap-

Si
chiamò labrum • ed è qui da notarsi
, ove si calò Archimede,non

del lib.v.
che quello solium
fu la folla grande descritta nel citato capitolo,
ma un vase particolare probabilmente di pietra
per una o poche persone.
Xx z

■)
5 e

ARCHIMEDE
invenzioni
tigliezza,
regale in Siracusa avendo per lo felice esito delle sue cose

oggi indìzio . Se in fatti Jerone avelie dall’Iw-
dicium , cioè con la paragone appurato il furto,
e la mescolanza dell’argento con l’oro, non sa-
rebbe ricorso ad Archimede.
(z) Solium è qui chiamato ciò, che al cap.io.

poi sebbene molte e varie sieno Hate le mirabili
, fra tutte però quella, che mostra maggior sot-
c quella che dirò . Jerone inalzato alla potestà
defluiate di porre in un certo tempio una corona d’ oro in voto agli
dei immortali, la diede a fare di grolla valuta, e consegnò l’egual pelò
d’oro all’ appaltatore. Quelli al tempo Inabilito presentò al Re il pre-
scritto lavoro fatto con dilicatezza, e il peso della corona parve che
corrispondesse al dato : ma esiendo Hata fatta una 1 denuncia, che nera i
flato tolto dell’ oro , e mescolatovi altrettanto d’ argento , n’ andò in
collera Jerone per esiere flato burlato , nè sapendo come appurare il
furto, ne richiese Archimede , perchè se ne addolsalse egli il pende-
re. Stando egli con quella cura, andò per caso al bagno,ed ivi men-
tre calava nella fossa 2, s’accorlè , che quanta era la malia del suo cor- z
po che vi entrava , altrettanta acqua n’usciva : quindi avendo incon-
trato il metodo della dimollrazione di una tal cosa, non vi lì fermò,
ma spinto dall’allegrezza saltò fuori del labbro, e nudo correndo verso
casa, andava ad alta voce dicendo d’ aver trovato quel che cercava,
mentre correndo ogni poco gridava in greco euveca euveca . Così con
quel principio d’invenzione lì narra, che fece due malie di pelo egua-
le a quel della corona, una d’ oro , s altra d’ argento : ciò fatto em-
pì d’ acqua fino all’ orlo un gran vase ; e vi calò dentro la masia d’
argento , onde si versò tanta acqua , quanta era la grandezza tuffa-
ta nel vase : indi estratta la masia , vi nfuse a misura 1’ acqua che vi
era di meno , fino all’ orlo come flava prima . Così trovò quanta
era la quantità dell’ acqua corrilpondente al dato peso d’ argento.
Fatta quella sperienza, calò parimente nel vase pieno la masia d’oro,
indi toltala , rifondendo della flesia maniera l’acqua a misura , trovò
non esiersene versàta tanta , ma tanto meno , di quanto era minore
di mole la masia d’ oro eguale di peso a quella d’argento , Final-
mente riempito di nuovo il vase , tuffò nell’acqua la flesia corona, e
scopri , che si era versata più acqua per la corona , che per la masia
d’oro d egual peso : e così da quell’acqua di più che si era versa-
ta per la corona , e non per la masia
tità dell’ argento mescolata nell’ oro
paltatore,
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