Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 2.1896

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diego sant'ambrogio

sì da lasciar divedere trattarsi di un monumento destinato ad aver solida base ed a sorgere
dal pavimento direttamente, mentre rimangono sminuite da una gola rovescia in quelle
dell'arca a Bernabò Visconti, e così nell'arca di Regina della Scala, pel fatto appunto clic
dovevano quelle tombe venir invece sorrette da numerosi pilastri. E chi sa quanto gli arte-
fici campionesi fossero pedissequi osservatori delle forme e prescrizioni scultorie ed archi-
tettoniche proprie e specifiche dei diversi monumenti, darà certo gran peso a siffatta cir-
costanza.

Un'altra arca funebre della metà del xiy secolo, sorretta essa pure a certa altezza dal suolo
non già con dodici, e neppure con quattro colonne, ma sibbene con due sole, è quella di
Ottone Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morto nell'agosto 1295, e di Giovanni,
suo pronipote, arcivescovo e signore, come il parente, morto nel 1354, che volle essere sep-
pellito nell'istesso tumulo.

Yedesi oggidì, quest'avello funebre, già posto in passato nell'antica chiesa di Santa
Maria Jemale e poi nell'abside del Duomo stesso, nella prima navata a destra del tempio, ed
ha esso pure i caratteri della locale arte campionese.

Solo deve osservarsi che la scultura vi è riservata nel coperchio esclusivamente per
l'effigie del defunto e pei simboli agli angoli de' quattro evangelisti, e che l'arca non è già
isolata affatto, ma addossata per intiero ad uno dei lati maggiori della parete destra del
tempio; cosicché sotto questo rispetto mal reggerebbe un raffronto che si volesse fare fra detto
monumento e l'altare di Carpiano, che è di dimensioni assai maggiori, ed ove fosse realmente
un'arca funebre doveva levarsi isolato da tutti i lati per rispetto alle sculture pregiatissime
che d'ogni parte lo recingono.

Tre monumenti di prim'ordine, e che, per la serie complessa dei vari soggetti religiosi
presi ad illustrare e per le proporzioni loro si avvicinano, assai più delle citate urne funebri,
all'altare di Carpiano, e che sappiamo poi essere tutti e tre degli ultimi decennii del xiv se-
colo, i primi due, a dir vero, di artisti toscani e più propriamente aretini, ma l'altro mani-
festamente di stile campionese, sono il Tabernacolo dell'Orcagna, in Or San Michele di Firenze,
del 1359, l'altare della Cattedrale di Arezzo, già attribuito in passato erroneamente a Gio-
vanni Pisano (1286) e che è invece opera del 1375, di Giovanni di Francesco di Arezzo, e
da ultimo l'ancona marmorea di Sant'Eustorgio in Milano, opera donata, al dir dell'Alle-
granza, da Giovanni Galeazzo Visconti verso la fine del xiy secolo, e che il Mongeri ascrive-
rebbe a Giovannino de' Grassi, morto nel giugno 1398.

Ma tutte e tre queste opere scultorie che hanno assai maggior attinenza coll'altare di
Carpiano delle opere campionesi della prima metà del xiv secolo, sono altari chiesastici,
quale fu originariamente, e lo è tuttora, la mensa quadrifronte di Carpiano, già alla Certosa
di Pavia, e non già avelli e sepolture funebri.

Che se i due primi monumenti citati non sono già campionesi, ma fiorentino l'uno e
di Arezzo il secondo, l'affinità notata esiste pur sempre, ed anzi essendo anteriori di qualche
decina d'anni all'altare iniziale della Certosa di Pavia del 1396, ora a Carpiano, possono
tenersi come i modelli insigni da cui tolsero gli artisti campionesi che lo foggiarono, Gio-
vanni e Domenico da Campione, l'idea prima di quel primitivo e meraviglioso adorna-
mento della gran Certosa.

E notisi che ad avvalorare tale circostanza sta il fatto, che anche nell'altare di Car-
piano, come già nel Tabernacolo di Or San Michele del 1359 e nell'altare di Arezzo del 1375,
sono precisamente le scene stesse della Yita della Vergine secondo i Vangeli apocrifi che
fornirono i soggetti decorativi di quei due altari.

Ne va taciuto che, essendo caldo iniziatore presso il duca della fondazione della Cer-
tosa di Pavia quel Padre Stefano Macone, che Gian Galeazzo aveva richiesto espressamente
e fatto venire da Siena, terra d'artisti insigni a quell'epoca, come Toscana tutta, riesciva
facilmente spiegabile che si predisponesse per la sorgente Certosa pavese un altare della sun-
tuosità e colle decorazioni scultorie medesime di quei celebrati altari di Firenze e d'Arezzo,
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