Bullettino archeologico Napoletano — N.S.8.1860

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dea, in un antico sarcofago, ove interviene un corni-
gero Pane ad osservarla (Millin gal. mylh. pi. C. n.
406 ). Non credo pertanto che debba sempre riferirsi
a Pane il Termine priapico , che in simigliami scene
apparisce ne'sarcofagi romani ( vedi.gli annali del-
l' Ist. 1833 p. 150 ). Bisogna in esso talvolta distin-
guere la nobile chioma e la maestosa barba, che ca-
ratterizza il padre degli dei.

Tornando alla figura di Diana, osserviamo che la
Dea venne forse effigiata a quel modo accovacciata, e
quasi restringendo le membra per asconderle agli oc-
chi del profano cacciatore. Così narrano i mitografi
ed i poeti, ch'ella tuffossi nell'acqua appena si accorse
di essere stata osservata da Alteone. Certamente nel
nostro dipinto un tal fatto si suppone già avventilo ,
perchè il figlio di Aulonoe già si allontana fuggendo ;
ma a lui non vale il veloce corso, che gli è sopra uno
de' suoi fedeli molossi a morderlo e lacerarlo. Non è
mestieri che ci arrestiamo a notare la presenza di un
sol cane, essendo ne' monumenti variatissimo il nu-
mero di questi animali, i quali valgono a simboleg-
giare tutta la schiera de'cani che addentarono Alteo-
ne^ de'quali i mitografi ed i poeti ricordarono i no-
mi. Osservo qui solamente che nessuna traccia della
metamorfosi in cervo apparisce , almeno sul capo ,
dell' imprudente figliuolo di Aristeo. Questa parti-
colarità neppure riesce nuova ne' monumenti ; giac-
ché così pure si scorge in un vaso edito dal Gerhard
{Ap. vas. tav. VI), ed in allro pubblicato dal Raoul-
Rochelte (mon. dell'ht. lom. II tav. Vili: an. t. VI
p. 364 segg. ). E potrebbe in tali monumenti ac-
cennarsi alla rabbia suscitata ne' cani di Atteone, per
la quale non riconobbero il loro sventurato padrone,
e lo assaltarono siccome una fiera. Questa improv-
visa rabbia degli animali esclude la idea di qualun-
que metamorfosi ; ed accenna direttamente alla pu-
nizione del temerario mortale che osò figger gli sguar-
di sulla vergine dea intesa al lavacro del suo corpo.

In vicinanza della fontana, e quasi sotto una pic-
cola grotta, veggonsi due figure femminili in lunga
tunica , col capo ricoperto di mitra, e tenendo con
ambe le mani una face.

A me pare di riconoscere in esse le Ilitie ( Omero

//. A, 269 seg.,T, 119), le quali possono esser qui
introdotte nel loro significato di divinità fatali, per
lo quale sono paragonate alle Parche.

Racconta Pausania che il Licio Oleno chiamava la
Ilitia svXivcv, e simile alla 7rs7rpw^/vy] (lib. Vili, 21,
3 ). La prima denominazione si riferisce all' azion di
filare le sorli degli uomini, la seconda alla idea di/a-
lalita. Lo stesso Pindaro ravvicina la Ilitia alle Par-
che, dicendola ad esse consorte ( Nem. VII, 1 ) :
''EXiliòvia, 7raps^ps Moipòv (3aStXPpovwy.

Artemide colle Ilitie riscontrasi ne vasi dipinti as-
sistendo alla nascita di Atene (Gerhard aus. gr. vas.
t. 1, III, IV p.7; Forchhammer die Guburl der Alhe-
ne). Le Parche, siccome dee della generazione e della
morte, si congiungono pure con Arlemide-Ecate (Ge-
rhard gr.myih. §.151). E nel Pompeiano dipinto que-
sta medesima triade di divinità presiede non già alla
nascita , ma sibbene alla morte ed alla punizione di
Atteone.

Esse qui si presentano dall'artista, non altrimenti
che le Parche sono pur rammentale da Stazio, dopo
che narra il fatto del figliuolo di Aristeo:
.... Sic dira Sororum
Pensa dabanl, visumque lovi . .
( Tkeb. Ili, 205, s. ).

E qui vogliamo notare che le forme di quella du-
plice divinila ben si convengono alla determinazione,
che per noi ne fu fatta. Rileviamo da due preziosi
luoghi di Pausania in quale modo venissero le Ilitie
dall' antichità figurate. Egli ne avverte che gli Ate-
niesi solevano effigiare i simulacri di quelle divinità
con lunga veste, che ricoprivale sino alla estremità
de'piedi (lib. I c. 18, 5 ). Questa singolarità si os-
serva nelle nostre due immagini, nelle quali 1' abito
talare nasconde di fatti totalmente i piedi di entram-
be. La seconda particolarità son le fiaccole tenute
dalle Ilitie, in quel modo stesso che osserviamo in
Ecate, in Cerere ed in Proserpina: e Io stesso Pausa-
nia ci fa sapere esser la fiaccola un attributo di quelle
divinità (lib. VII, c. 23, 5), alle quali corrisponde
la intelligenza della italica Lucina. La mitra che ne
ricopre la testa accenna per avventura alla prove-
nienza delle dee: narrano in fatti i poeti eh' esse fu-
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