L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 12.1909

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MISCELLANEA

pest * 1. Sorge la tavola attualmente nella cappella an-
nessa alla nave destra del duomo (cfr. più avanti)
sopra una mensa d’altare di marmo rosso che sul
davanti porta in minuscole gotiche le sigle I. H. S., e
che perciò pare che originalmente non abbia fatto
parte dell’altare in discorso. La tavola è composta di
un basamento ornato di festoni di frutta, sopra quale
sorgono tre nicchie incorniciate fra quattro pilastri
decorati di ricche candeliere. La nicchia mediana è
ben più larga e alta delle laterali. Quest’ultime ora
contengono statue moderne di santi, essendo state di-
strutte al tempo della presa di Strigonia per le orde
dei Turchi (1543) quelle scolpite dal Ferrucci, che vi
stavano originalmente. Al piè del pilastro destro della
nicchia mediana (che ora resta senza statua) si vede
raffigurata in rilievo la figura inginocchiata del car-
dinale donatore (come ce lo mostra anche l’impronta
del suo sigillo). Lo spazio sopra le due nicchie late-
rali, fino all’altezza di quella del mezzo, è occupato
dalle mezzefigure in bassorilievo degli evangelisti.
Finisce la tavola in alto con una ricca trabeazione,
sulla quale — in corrispondenza alla nicchia mediana
— sorge un altorilievo colla rappresentazione del-
l’Annunziazione. Dai due lati essa è incorniciata da
riccamente scolpite cornucopie con figure di sfingi
che ne escono, e in alto termina con una testa di se-
rafino fra volute di rabeschi, mentre nei due angoli
estremi della cornice stanno ginocchioni due genii
alati con fiaccole nelle mani (v. la fig. ia) 2. L’altare
di Strigonia, dunque, è nella sua composizione una
replica non essenzialmente variata dell’altare-ciborio
a Londra, provveniente da s. Girolamo di Fiesole
(vedine la ripproduzione nell’atlante fotografico delle
sculture del museo di South Kensington, edito nel
1862 dal Thompson in Londra).

Sulle statue che originalmente ornavano le tre
nicchie c’illumina Ursino Velio in un passo del suo
libro sulla guerra fra re Ferdinando I e i Turchi.
Egli nel 1527 vide la cappella nel suo stato origi-

mentoque esse. In quo factura est mihi Dominatio vestra Illustris-
sima rem gratissimam quam meis perpetuis servitijs in quibus-
cumque rebus ipsa mihi mandare dignata fuerit ab eadem prome-
reri curabo ; cui servitia mea plurimum et humillime commendo,
quamque a deo optimo Maximo unacum liberis suis Illustrissimis
felicissimam diu conservari cupio. Datum Strigonij sexto die
Augusti. Anno Domini M.D.°XVIIIJ. Excelse Dominationis Vestre
Illustrissime Deditissimus Servitor Thomas Cardinalis Strigonien-
sis manu propria scripsit.

(Archivio di Stato di Modena, Cancelleria Ducale, Principi
Esteri, Cardinali, Busta 33. Per la copiatura della presente lettera
siamo in debito di riconoscenza al signor dott. Giulio Bariola, di-
rettore della Galleria Estense a Modena).

1 Danko, De ortu progressuque cappellae Bakacsianae com-
vientariolum, Strigonii, 1875.

2 Questa come anche la figura 3" sono tolte da uno studio del-
l’architetto Giulio Kapdebò dal titolo: I principi dell'architettura
del Rinascimento in Ungheria, pubblicato in lingua ungherese a
Budapest nel 1909.

nario incolume, e rammenta sul suo altare « tre sta-
tue di sante di marmo Lunense » 1. Ora, siccome la
cappella fu dedicata alla Vergine Maria, ed anche il
Vasari parla di una « Nostra Donna molto ben con-
dotta, con altre figure », non c’è da dubitare che la
nicchia del mezzo non contenesse una statua mag-
giore della Madonna, e quelle laterali ognuna una
statua minore di qualche santa. E segue anche da
ciò, che il sigillo sopraricordato del cardinale Bakocz
non è una copia fedele dell’altare in discorso, in-
quantochè vi si vede raffigurato s. Adalberto fra
s. Giovanni Evangelista e re Stefano di Ungheria,
che sopra la cornice non c’è l’Annunziazione, bensì
una Madonna col bambino in mezzafigura, che le tre
nicchie sono di eguale altezza e che perciò mancano
i rilievi dei quattro Evangelisti sopra le nicchie la-
terali.

Anche sulla cappella del cardinale Bakocz, il mo-
numento più cospicuo del rinascimento italiano in Un-
gheria, che si sia conservato fino ai nostri giorni, ci
illuminano testimonianze sincrone. L’anno della sua
costruzione, la sua destinazione come anche il suo
fondatore vien indicato dall’iscrizione nel fregio della
trabeazione che corre intorno ai quattro suoi lati, del
tenore seguente : « Thomas Bakocz de Erdeud Cardi-
nalis Strigoniensis alme dei genitrici Mariae Virgini
extruxit anno MCCCCCVII ». Ursino Velio nel suo
libro sopracitato la descrive con le seguenti parole :
« Arx editae imposita rupi et totus ille collis muro
circumdatus, praeter caetera tum munimenta egregia
tum aedificia magnifica et ampia aede sacra Divo
Adalberto perinsignis est. Angustimi id revera tem-
plum, in quo sacellum conditimi est sumptis ingenti
[sic] Thomae Cardinalis antistitis Strigoniensis, illustre
parietibus ex porphyrietico lapide [rect. ex rubro mar-
more !] ; ara ipsa sustinet deas tres ex marmore Lu-
censi ; opus artificibus Italis haud dubie elaboratum.
Ejus summa laquearia laminis inauratis cum coelatura
mirabili tectum sustinet, argentatis tegulis conchae
instar fabrefactum ». E quasi nello stesso modo la ram-
menta Nico. Olàh nel suo scritto De Hungaria et At-
tila a pag. 56: « Alterimi sacellum in latere Ecclesiae
meridionali a fundamento ad summum usque intrin-
secus ex rubro marmore eoque politissimo per Tho-
mam Cardinalem Patriarchum Constantinopolitanum
maximis impensis exstructum. Hoc superne in orbem
coarctatur, ex cupro inaurato concameratur, opus sane
magnificimi et pretiosum » .

Quando la fortezza di Strigonia nel 1683 fu ricon-
quistata dalle truppe imperiali, della chiesa di S. Adal-
berto non sopravanzavano se non poche rovine. La
cappella Bakcoziana, però, si era conservata intatta

1 Ursinus Velius, De bello Pannonico libri decem, edit. Vien-
nae, 1762, pag. io : Ara ipsa sustinet deas tres ex marmore Lu-
censi.
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