Bullettino di archeologia cristiana — 3.1865

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Belle statue pagane in Roma sotto gli imperatori cristiani.

Sui danni falti dal religioso zelo dei Cristiani alle
opere dell' arte antica nella citta eterna egregiamente
ha ragionalo il Fea nel tomo III della Storia delle
arti del Winckelmann tradotta in italiano ( p. 267 e
segg. ). Ed ha mostrato colla testimonianza espressa
degli storici e con quella dei falli monumentali, che
i Romani net secolo sesto, benché tatti seguaci della
fede cristiana, erano gelosissimi degli ornamenti ar-
tistici della loro grande patria, che ne conservavano
le statue ed anche i simulacri stati in altri tempi og-
getto di culto superstizioso, e che le violenze contro
gli idoli ed i loro templi, delle quali abbiamo me-
moria negli annali del secolo quarto e del quinto, in
Roma furono di poco momento (1). Io non ripeterò
le ottime cose scritte dal Fea su questo punto : ma
poiché molto v'è da aggiungere, da rettificare e da
chiarire nella citala dissertazione , io darò pochi cenni
lucidi ed al possibile esatti sullo stalo de' monumenti
pagani in Roma solto i primi imperatori cristiani.
E mi studicrò di brevemente riordinare i fatti nella
serie de' tempi; mostrarne i diversi periodi e additarne
i punti culminanti ; e sopra tutto di penetrare nello
spirito e nelle cagioni di colesti istorici e poco o
male conosciuti avvenimenti.

Perciò che riguarda i tempi anteriori all'anno 384
noi potremmo attenerci alle testimonianze di Simmaco
e di s. Ambrogio nella loro celebre conlesa per l'ara
della Vittoria. Simmaco fe' una relazione a Valenti-
niano lì in favore del culto pagano ; s. Ambrogio ri-
spose due valle (2). Dal confronto delle contrarie scrit-
ture , dettate in circostanza tanto solenne e decisiva
e da personaggi tanto eminenti e testimoni contem-
poranei dei fatti, la verità dee spiccare limpida ed indu-
bitata. Simmaco accenna, che Costante figliuolo di Costan-
tino fu il primo a togliere l'ara e il simulacro della Vit-
toria dall'aula del pubblico consiglio e del senato : ma
divi Constantis factum diu non stetit. Costanzo ripetè il
decreto del fratello ; e ciò nulla ostante essendo ve-
nuto a Roma nel 357, per omnes vias aetertiae Urbis
laetum secutus senalum , vidit placido ore delubro.,
lecjit inscripta fastigiis I)eum nomina . . . et cum alias
religiones ipse segueretur, has servavit imperio. Ven-
nero poscia Giuliano e Valentiniano, de' quali dice
Simmaco, che il primo (l'apostata) caeremonias patrum
coluit e l'altro non removit. In fine Graziano rinnovò
il decreto di Costanzo, ma contro la sola ara della
Vittoria nel senato ; confiscò in Roma le rendile dei
templi e dei sacerdoti pagani, e pur non ne proibì i
sacrifici, che potevano essere fatti a spese dei privati.
Nè Simmaco chiedeva per Roma la libertà o la tol-
leranza del culto pagano , ma le rendite ed i privi-

ti) Vedi anche la nota del Fea al Winckelmann 1. e T. H p. 416.

(2) V. le epistole di Simmaco lib. X ep. 61: le risposte di s. Am-
brogio si leggono non solo nelle opere di lui (Epist. 17, i8), ma eziandio
in alcune edizioni delle lettere di Simmaco. Vedi anche 1" epistola di
s. Ambrogio all'Imperatore Engenio (Epitt. Ò7J.

legi per quel culto; e che a nome pubblico si sacri-
ficasse in senato alla Vittoria. Ora udiamo la parte
contraria. S. Ambrogio non nega veruno de' fatti al-
legati dall'avversario; anzi tutti li conferma, ed ag-
giunge in chiari termini, parlando però della sola Ro-
ma : omnibus in templis arae . . . , sacra sua ( ethni-
ci) ubique concelebrant. Nè egli protesta contro questa
tolleranza ; ma contro l'ingiusta pretenzione di Sim-
maco e della parte pagana dei senatori, che volevano
a nome del senato già in maggioranza cris'.iano fare
sacrifici alla Vittoria, ed a nome e sotto la prole-
zione dell' impero divenuto fedele di Cristo esercitare
un cullo,'che i principi e la massima parte del po-
polo aborrivano come empio e superstizioso. Ciò fa-
cessero , se il volevano, i senatori pagani a loro
spese. E notabili sono le parole, colle quali s. Am-
brogio recisamente afferma i Cristiani essere stali
in numero maggiore dei pagani nello slesso senato :
cum curia majore jam Christianorum numero sit re-
ferto, , . . Christiani in aram jurare cogentur? . . .
Fauci gentiles communi utuntur nomine. (l)Da questo ra-
pidissimo sunto de'fatti allegali nelle scritture dei due
campioni delia gran lotta raccogliamo, che i monu-
menti pagani di Roma sotto Costantino niun danno
soffrirono degno di memoria; che Costante fece qual-
che legge contro il culto idolatrico, ma la cui esecu-
zione in Roma fu di poca durata; e che poscia fino
al 384 i templi, le are, i simulacri dell'eterna città
furono tollerati, eccetto quello della Vittoria nella cu-
ria del senato. E pure alla accennata serie di fatti
molte testimonianze e molte leggi sembrano contradire
apertamente. Di Costantino gli storici ecclesiastici ed il
contemporaneo Eusebio ci narrano, che ei cominciò la
guerra contro le pagane divinità ed i loro simulacri (2);
di Costante, di Costanzo, d'altri cristiani imperatori abbia-
mo le leggi contro l'idolatria, nelle quali le leggi altresì
sono sono richiamate di Costantino (3). Alcuni moderni
storici ed eruditi hanno tacciato di falsità e per lo meno
di esagerazione gli scrittori ecclesiastici ; e perfino
delle ieggi registrate nel codice teodosiano hanno
messo in dubbio la verità (4). Ma nulla è sì facile
quanto lo sciogliere questi nodi: s. Ambrogio mede-
simo ce ne insegna il modo e la via. Egli rispondendo
a Simmaco avverte, che per totum fere orbem a plu-
ribus retro principibus (ed) inhibita interdictague sunt,

(1) Il sig. Ernesto vonLasaulx (Der Untergang des Hellenismus, Mtin-
chen 1854 p. 90) afferma, che queste parole di S. Ambrogio sono difficili
a conciliare con la storia e non le slima veraci. In quanto alla storia è
impossibile scioglierne le difficoltà in una nota: ma la veracità di quelle
parole era comprovata da un documento autentico, dalla protesta cioè sot-
toscritta dai senatori cristiani e trasmessa dal papa Daniaso a s. Ambrogio.

(2) Eusebii, De laudib. Const. c. 8: per brevità non cito altri luoghi
di Eusebio, nè altri scrittori.

(3) Cod. Theod. XVI, 10, 1-4.

(4) V. Labastie, Mém. de l'Acad. des inscr. T. XV p. 98 e segg;
Beugnot, Hist. de la destruction du paganismi T. 1 p. 142.
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