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DECIMO TT kAVO.
XXII.
Ei si rivolge, e dilatato il mira,
E gonfio assai, quasi per nevi sciolte ;
Che rn se stesso volubil si raggira
Con mille rapidissime rivolte.
Ma pur delio di novitate il tira
A spiar tra le piante antiche e folte ;
E in quelle solitudini selvagge
Sempre a se nova meraviglia il tragge.
XXIII.
Dove in passando le vestigia ei posa,
Par eh' ivi seaturisea, o che germoglie.
Là s'apre il giglio, e qui spunta la rosa$
Qui sorge un fonte , ivi un ruscel si seioglie.
E sovra, e intorno a lui la selva annosa
Tutta parea ringiovenir le foglie.
S' ammolliscon le seorze, e si rinverde
Più lietamente in ogni pianta il verde.
XXIV.
Rugiadosa di manna era ogni fronda,
E distillava dalle seorze il mele.
E di novo s'udia quella gioconda
Strana armonia di canto, e di querele.
Ma il coro uman, ch'ai cigni, all'aura, all'onda
Facea tenor, non sa dove si cele :
Non sa veder chi formi umani accenti,
Ne dove siano i musici stromenti.
xxv.
Mentre riguarda, e sede il pensier nega
A quel che'l senso gli offeria per vero 5
Vede un mirto in disparte, e là lì piega,
Ove in gran piazza termina un senderò.
L'estranio mirto i suoi gran rami spiega,
Più del cipresso e della palma altero:
E sovra tutti gli arbori srondeggia :
Ed ivi par del boseo esser la reggia.
C 208 )
 
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