L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 16.1913

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MATTIA PRETI DETTO IL « CAVA ITER CALABRESE »

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A Roma vide il quadro di Santa Petronilla del Guercino, ora nella Pinacoteca Capitolina, e
ne rimase tanto ammirato che scelse il Guercino a suo maestro e partì per Bologna « con lettere
commendatizie di D. Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano e del cardinale Rospigliosi
al Cardinal Legato di Bologna » il quale lo raccomandò al maestro che lavorava in quella città.

Della presenza del Preti a Bologna, a Cento, patria del Guercino, e nell’Emilia, non si
conoscono ancora documenti, ma la cupola e la vòlta del Coro della chiesa di San Biagio a
Modena, dipinte dal nostro pittore, sono una prova della sua presenza in quella regione ed
anche del suo contatto col Guercino, del quale in quel lavoro mostra già la conoscenza. Il
pittore aveva trovato', per così dire, la sua linea direttiva, era entrato iu quell’ambiente arti-
stico che rispondeva al suo temperamento.

Tornato a Roma, tra il 1641 e il 1642 è creato cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano.

Creato cavaliere, lavora a Roma per il cardinale Rospigliosi e dipinge a fresco a San Carlo
ai Catinari una storia di San Carlo Borromeo.

Fino al 1650 tacciono i documenti intorno alla vita e all’attività del Cavaliere Calabrese,
e conviene credere che lavorasse a Roma e altrove, e viaggiasse per 1’ Italia, lasciando opere
dovunque, smanioso com’era di far conoscere da per tutto il suo nome.

L’affresco dietro l’altare maggiore della chiesa di San Bartolomeo all’ Isola in Roma, rap-
presentante il martirio del Santo, e una tela della Galleria Spada-Veraldi, pure in Roma, rap-
presentante Gesù che scaccia i profanatori dal Tempio, sono opere che possiamo assegnare a
questo periodo.

che ci dà le maggiori notizie intorno agli artisti na-
poletani, opera che, con uno studio di revisione e di
correzione, resterebbe una guida generosa per lo studio
dell’Arte napoletana, specialmente per la ricerca delle
opere degli artisti.

A giustificare, pertanto, il nostro riserbo, facciamo
rilevare alcune inesattezze del De Dominici.

A proposito dell’esordio che fece il Preti col pen-
nello), il detto biografo dice : « Calcolato il tempo che
Mattia si trattenne appresso il Guercino, con quello
dello studio fatto in Roma, così nelle lettere, come
nel disegno, fanno lo spazio di 15 anni ne’ quali egli
disegnò solamente senza mai adoprar colore, essendo
poi in età di 26 anni, stimolato e sollecitato dal suo
Maestro, colorì una Maddalena».

Nel principio della vita del Preti, il De Dominici
dice che il pittore aveva diciassette anni quando venne
a Roma. Egli, dunque, era venuto a Roma nel 1630,
a 17 anni. Ora, se a 26 anni dipinse la Maddalena,
fino a quel tempo erano passati nove e non quindici
anni.

Inoltre il De Dominici, dopo di aver fatto pelle-
grinare il Preti perii Veneto a studiare il Veronese ed
il Correggio, dei quali si riconosce il ricordo nell’opera
del nostro pittore, per la Francia e fino ad Anversa,
per conoscere il Rubens, lo fa tornare a Roma, dove,
tra il 1641 e il 1642, è creato Cavaliere dell’Ordine
Gerosolimitano. Queste ultime notizie dànno un’altra
prova pQr non ritenere che siano passati 15 anni dalla
venuta del Preti a Roma al tempo in cui colorì la
Maddalena, ammesso che non si voglia anticipare di
parecchi anni la sua venuta, rendendo così anche più

suggestivo l’atto della sua vocazione artistica, aggiun-
gendovi il battesimo della precocità.

Secondo il De Dominici le storie di Sant’Andrea
della Valle, a Roma, sarebbero state dipinte dopo il
1653, mentre dal documento dell’Archivio di Sant’An-
drea della Valle, risulta che furono dipinte tra il 1650
e il 1651.

Il detto biografo ha fatto del Preti un cavaliere
avventuroso e senza paura, pronto a farsi ragione con
la spada, un secondo Benvenuto Celimi. A Roma
avrebbe atterrato uno spadaccino tedesco che aveva
sfidato e insultato i signori delle città e si sarebbe sal-
vato dall’ira dell’ambasciatore d'Austria che lo ffo-
leva vivo o morto nelle sue mani, per protezione del
Papa che lo nascose in Vaticano e lo fece partire da
Civitavecchia, con le galere di Malta.

La sua andata a Napoli è narrata in modo affatto
fantastico. Egli sarebbe fuggito da Roma per aver
ferito un denigratore delle sue pitture in Sant’Andrea
della Valle, e, giunto a Napoli, sarebbe stato sotto-
posto a processo per avere ucciso una guardia di un
cancello della cinta della città, e poscia, per un per-
sonaggio che aveva sentito celebre a Roma il nome
di Mattia Preti, sarebbe stato messo a libertà con l’ob-
bligo di dipingere gratis le porte della città, secondo
un voto fatto dagli Eletti della città durante la peste
del 1656.

L’aneddoto riguardante gli affreschi del Calabrese
sulle porte di Napoli è stato smentito da B. Capasso
in Archivio storico per le Province napoletane, an-
no III, 1878, pagg. 597-601-
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