L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 3.1900

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G. B. TOSCHI

morte e l'età, raccolte dalla tradizione. Ne parla più a lungo il Tiraboschi, che pure lamenta
il silenzio degli scrittori su « d'un sì grazioso ed amabil pittore » (epiteti più disadatti per
la sua maniera non potevano trovarsi); ma confessa che per trattarne non potè avere altra
scorta che un informe abbozzo di vita, steso circa alla metà del 600. Quanto all'asserzione
dell'Orlandi, che imparasse dal Correggio e dal Buonarroti, osserva potersi accettare solo
nel senso che ne studiasse le pitture, sebbene non sia impossibile che il Correggio gli abbia
appreso i primi principi dell'arte ; ma rigetta l'aneddoto secondo cui il Correggio gli avrebbe
scritto d'aver accettato di dipingere il famoso quadro della Notte pel prezzo di 40 scudi e
un porco grasso e grosso, giacché il contratto per quel quadro si stipulò quando Lelio era
ancora fanciullo. « Certo è (continua il Tiraboschi) che que' due grandi uomini furono da lui
presi a modello, e ne è prova il suo carattere, che consiste in una certa unione di colore,
in un certo tocco morbido, in una vaghezza di tinte unite a un certo robusto cercare di
muscoli e un po' statuino. » Segue un lungo elenco d'opere da accettarsi con grande riserva.
Un altro copioso elenco trovasi nella Raccolta di cataloghi ed inventari inediti pubblicata
da Giuseppe Campori.

Il Lanzi, nella Storia pittorica, scrive : « ch'egli è ingegnoso, studiato, robusto disegna-
tore, o che fosse in Roma, o che da Mantova derivasse in sè il gusto di Giulio, o che
vedesse disegni o gessi di Michelangelo... Il suo disegno certamente non è il lombardo, e
quindi nasce la grande difficoltà di crederlo scolaro del Correggio : ha però saputo imitarlo
nella grazia del chiaroscuro e neh' impasto dei colori, e in certe teste giovanili, belle e leg"-
giadre ». Spiega poi come rimanesse « men cognito di molti pittori d'inferior rango», col
supporre che dividesse i suoi anni fra Reggio e Novellara.

Il Pungileoni, nell'eseguire le ricerche archivistiche per le sue Memorie istoriche sul
Correggio, trovò alcune notizie concernenti la vita e qualche lavoro dell'Orsi, di cui si valse
senza citarne con precisione le fonti. Queste furono rese note pochi anni fa dal signor
Celestino Malagoli, concittadino dell'Orsi, che nell'Archivio comunale di Novellara rivide i
documenti consultati dal Pungileoni, insieme a molti altri nuovi, coi quali potè stendere per
la prima volta una vera biografia del nostro artista [Memorie storiche di Lelio Orsi,
Guastalla, 1892).

Dalla lapide che Orazio Orsi fece porre sul sepolcro di Lelio suo padre, si deduce che
questi nacque nel 1511, e siccome dai documenti risulta che Bartolomeo di lui padre dal H97
al 1517 abitò in Novellara, ove era impiegato del conte Giovan Pietro Gonzaga, signore
del luogo, il Malag'oli ne desume che Lelio ivi pure nascesse in una casa di proprietà
paterna. Vero è che in una lettera dello stesso Lelio, pubblicata da F. Malaguzzi nelle sue
Notizie di artisti reggiani (Reggio nell'Emilia, 1892), egli chiama Reggio sua patria; ma
allora egli vi abitava da lungo tempo, vi aveva famiglia e parenti, era divenuto cittadino
reggiano come un suo cugino, benché neppure questi vi fosse nato, e perciò potè chiamar
Reggio sua patria benché nato a Novellara.

Quando Lelio aveva 607 anni, il Correggio, secondo V. Davolio [Memorie storiche mss.)
sarebbe stato a dipingere in Novellara, e come opera di lui s'indica il Ratto di Ganimede
nella Galleria Estense di Modena, trasportato ivi da Novellara, ma il Venturi, nella sua
opera sulla Galleria Estense, osserva che il Mastro Antonio correggese, che il Davolio sup-
pone essere l'Allegri, potrebbe essere invece Antonio Bertolotti, pure correggese, e quanto
al Ganimede il Martini e il Mayer desumono dalla sua maniera che venisse dipinto più
tardi, verso il 1530, mentre il Ricci nella sua recente opera sul Correggio lo toglie addi-
rittura a lui per attribuirlo piuttosto all'Orsi.

Il primo lavoro noto dell'Orsi ci è indicato dal Malaguzzi, e consistè nel dipingere
insieme con altri gli archi di trionfo inalzati per la venuta in Reggio d'Ercole II d'Este
nel 1536: su di essi erano rappresentate le fatiche d'Ercole, che significavano, scrive il
Panciroli nella Storia della città di Reggio, « le chiare virtù del principe, al cui ingresso
un uomo messo in abito ed armi a guisa d'Ercole, in cima all'arco ch'era levato da Porta
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