L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 3.1900

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MISCELLANEA

E ciò che si dice, a quest'ora, di certi lavori com-
piuti da pochi anni, dovrebbe consigliare una grande
prudenza! Tutti, ad esempio, sanno le critiche mosse
a musaici e a dipinti eseguiti, totalmente di nuovo, a
Venezia, a Parma, a Modena, a Milano, ecc.

Dunque questa prima proposta di coprire la cupola
di San Vitale d'un musaico nuovo e d'una pittura
nuova, non si può prendere sul serio economicamente
e, molto meno, artisticamente.

Nè più seria mi sembra la seconda proposta di le-
var l'intonaco dai piloni, dalle nicchie e dalla cupola,
lasciando tutto a mattoni scoperti, quando nè questi,
nè le calci, nè l'opera del muro in complesso, furono
fatti per restar visti.

Sarebbe, in caso, la chiesa di San Vitale una can-
tina, perchè la si lasciasse a muriccia nuda? Non ba-
stano le tracce dell'intonaco antico per far compren-
dere che, se la chiesa era intonacata, non la si deve
denudare ? 1

Non bastano inoltre le critiche alzate da ogni parte
contro il falsissimo sistema di mettere a muro nudo
l'interno di molti monumenti che già ebbero marmi
ed affreschi, od almeno il loro forte e lucido into-
naco? So bene che alcuni architetti vorrebbero ve-
dere integralmente la struttura dell'edificio, ma non
farebbero essi come medici che, invece di curare l'in-
fermo, lo scorticassero per vederne l'anatomia?

S'aggiunga che la struttura della cupola di San Vi-
tale non potrebbe scoprirsi senza tormento delle calci
antiche e senz'alterazione del tipo costruttivo. Essa
non è fatta di mattoni, come quella della vicina torre
scalaria, del sepolcro di Galla Placidia e del batti-
stero degli Ariani ; ma è formata di file sovrapposte
di tubi vuoti di terra cotta, della forma circa e della
grandezza delle bottiglie nere usuali. Collocati oriz-
zontalmente gli uni negli altri, s'incatenano con mi-
rabile esattezza e solidità. Ebbene, le sinuosità o sol-
chi, tra una fila e l'altra dei vasetti sono (per la ne-
cessità di tener tutto legato insieme e ben compatto)
riempite di cemento o calce. E non sarebbe una be-
stialità di prim'ordine andarci a frugar dentro, per
tutto l'intradosso, allo scopo dimettere a nudo i giri
concentrici dei tubi, con offesa di materiali antichi, e
lavoro lungo e pericoloso per la stessa solidità od
equilibrio della cupola?

Ecco, perciò, le ragioni onde la soluzione più ac-
cettabile mi sembra quella di ripassare su tutto un
lieve velo d'intonaco e una semplice tinta, lasciando
scoperte appena le mostre degli archi, sì da costituire
a un tempo un motivo decorativo e rivelare la co-
truzione del monumento nelle finestre, nelle nicchie

1 Esaminando l'intonaco dei piloni, sotto le pitture barocche
si trova prima una tinta color cece o giallognola, poi uno strato
di calce chiara dello spessore di 2 millimetri, assai dura; infine un
altro strato d'intonaco antico, durissimo e scuro, dello spessore
d'un centimetro.

e nelle lunette di passaggio dall'ottagono dei piloni
alla rotondità della cupola. Quanto poi alla tinta, qua-
lora non si volesse (come penso) lasciare il semplice
bianco dell'intonaco, si può aver norma pressoché si-
cura nella scelta, seguendo il grigio-scuro che si
trova sull'intonaco antico nelle volte della loggia in-
feriore.

Ma ciò che su tutto si deve fare, seguendo esclusi-
vamente quest'ultima proposta d'un intonaco, si è che
le pitture attuali, forti e disinvolte, quantunque così
fuor di posto, invece di perire per sempre ai colpi dei
martelli, restino sotto alla nuova tinta, come il profes-
sore Venceslao Bigoni ha dimostrato potersi ottenere,
con un esperimento perfettamente riuscito.

Chi seguì il semplice metodo di coprire, nel rina-
scimento e dopo, mise noi in condizione di rivedere
pitture bizantine e giottesche, che altrimenti sarebbero
state perdute per sempre. Infiniti sono infatti gli af-
freschi che, liberati da posteriori intonachi, si sono ri-
veduti nella stessa Ravenna, in Siena, in Firenze, in
Pisa, in Perugia, in Monza, in Milano, in Mantova,
in Modena, in Genova, in quasi, si può dire, tutte le
più artistiche città d'Italia.

Ora, qualunque sia l'opinione del nostro tempo sullo
sconcio che i dipinti barocchi arrecano alla chiesa di
San Vitale, il rispetto di quanto a loro riguardo po-
tranno pensare i secoli avvenire, ci sembra atto di
grandissima prudenza e di moralità storica. Perciò ten-
tiamo di non distruggerli; copriamoli unicamente, il
che basta per raggiungere lo scopo desiderato da tanti
artisti, critici d'arte, archeologi e letterati che hanno
convenuto nella crociata contro a quelle pitture, le
quali, coi loro eccessi di moto e di forme, offendono
l'austerità di quel divino ed unico monumento.

Ecco finalmente i nomi di quelli che hanno apposto
la loro firma a questa dichiarazione: «Il sottoscrìtto
conviene nella proposta di levare dalla cupola e dai nic-
chioni di San Vitale in Ravenn i le pitture barocche che
ne deturpano la bellezza e ne alterano il carattere ».

Tito Azzolini, architett >, direttore del R. Istituto di belle
arti di Bolog: a.

Nicolò Barozzi, direlture del K. Museo di Venezi-.

Ernesto Basile, architetto, direttore del R. Istituto di bilie
arti di Palermo, membro della Gàinta superiore di belle arti.

Federico Berchet, direttore del R. Ufficio regionale per la
conservazione dei monumenti a Venezia

Bernardo Berenson, storico e criti, o dell'arte (Firenze).

Icilio Bocci, ingegnere, reggente la Sovraintendenza dei
monumenti di Ravenna.

Camillo Boito, architetto, st rico dell arte, presidene della
R. Accademia di belle arti di Milano, aggiungendo alla firma
la parola « Benissimo ».

Edoardo Brizio, archeologo, professine all' Univtr.-ità di
Bologna, diretlore del Museo di Bologna.

N'aborre Campanini, ispettore degli scivi e dei monumenti
nella provincia di Reggio Emilia e scrittore d'arte.

Giulio Cantalamcssa, pit'oie, diretto e delle KR. Gallerie
di Venezia, scriitore d'aite.

Giulio Carotti, storico dell'arte, segretario della R. Acca-
demia di belle arti di Mi'ano.

Pietro Casa Ho, pittore (Ravenna).
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