L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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ALBERTO SERAFINI

La presenza in Verona di Domenico da Toimezzo — se vera — lascia pensare che,
ben più dell'insegnamento del primo maestro 1 a cui fu affidato nel 1462, abbia potuto
su di lui la magnifica grandezza dell'ancona di S. Zeno (1457-1459), suscitatrice di
un'arte veronese devota ai canoni mantegneschi. E se nella stentata tavola (fig. 2)
a tempera del 1479 Domenico « si mostra non estraneo alla riforma padovana »2 si può
farne un merito anche alla distribuzione delle masse, voluta secondo l'esempio di Andrea
Mantegna, naturalmente seguito come poteva seguirlo un legnaiuolo. In tal modo si
spiega la cura minuziosa e prevalente con cui furono eseguite le parti accessorie della
pittura: pilastri, capitelli, basi e cornici. La finta architettura, dove non mancano re-
ferti all'antico, è certo la parte meglio trattata. Le figure ' invece, con tipi e lineamenti
in generale poco piacevoli e piuttosto volgari e grossolani, sono stecchite come se fos-
sero intagliate in legno: perciò il disegno riesce duro, tagliente, massime nelle vesti, dove
le pieghe a linee rette terminano di solito in un accartocciamento angoloso, ricordo di
sorpassate forme gotiche.

- Sono abbastanza evidenti i rapporti artistici che esistono fra il nostro trittico
(fig. 1) e la pala dipinta di Udine. Ma ciò che appariva difetto nella pittura riesce sop-
portabile nella scultura a tutto tondo delle statue in legno de' Santi. Il gruppo centrale
della Vergine col Bambino è abbastanza prossimo alla pittura udinese, con le solite pe-
santi pieghe grosse, angolose, goticizzanti, e le forme poco piacevoli e grossolane. Appena
il Bambino accenna al desiderio di forme superiori, e più vicine a' buoni modelli già
intravvisti. Se non fossero i due santi laterali, potremmo crederci avanti ad una delle
solite ancone venete, con rimasugli gotici, della metà del quattrocento.

Ma il san Giovanni Battista nella sua aria contadinesca tradisce la sua derivazione
da un modello donatelliano-padovano che lo innalza di valore; mentre l'arte, che sostiene
solidamente l'altra figura di S. Sebastiano, ci lascia intravvedere attraverso Alvise Viva-
rini le nobili forme antonelliane. Tuttociò, alla distanza di appena sei anni dalla pala di-
pinta di Udine, starebbe a dimostrare come Domenico da Toimezzo fosse in qualche
modo passibile di un miglioramento, e non fosse alieno dal volgersi verso esempi mag-
giori di arte vera, assimilandosene quel tanto, che lui —povero artefice paesano di
statue religiose in legno colorato — poteva assimilare.

Se poi effettivamente il nostro intagliatore-coloritore abbia continuato ad elaborare
il suo processo di assimilazione, promessaci da questo trittico, eseguito a breve distanza
dalla pala — meno buona — di S. Pietro di Carnia (1481-1483), non sappiamo. Ma
dal 1484 al 1506, molte e molte altre pale d'altare in legno scolpite, dorate, dipinte
uscirono dalla bottega Udinese dei Da Toimezzo. E ninna altra, per ora, se ne conosce.

Alberto Serafini.

rara e firmata di Domenico da Toimezzo ». Non
sappiamo quanto sia attendibile l'affermazione
della esistenza di una segnatura a mo' di firma.
Se la cosa è vera, se ne potrebbe dedurre che
abitualmente Domenico firmasse le sue opere.
Il dipinto di Udine e il polittico di S. Pietro di
Carnia, come il nostro trittico, recano tinifor-
memente « opus Dominici de Tumeiio » con l'anno
dell'esecuzione.

1 Domenico da Toimezzo nato verso il 1448,
fu dato dal padre Candido Mioni nel 1462 come

apprendista a uno sconosciuto pittore « Giovanni
quondam Simonis » (cfr. Ioppi e Bampo, loc. cit.,
pagina 1).

2 Cfr. Venturi A.: Storia dell'Arte Italiana,
Milano, 1914, voi. VII, Part. Ili, pag. 437.

3 In questa tavola vi sono rappresentati al
centro: la Vergine col Bambino e Santa Lucia; ai
lati: S. Marco e S. Ermagoia, il beato Bertrando
e S. Omobcno; superiormente il Cristo morto soste-
nuto dagli angioli, e all'estremità della finta ci-
masa l'Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunciata.
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