L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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RAFFAELLO E MICHELANGELO1

NEL M.D.XIII

Nella Rinascita, l'Italia, levatasi prima tra le nazioni moderne sul mondo, oziò
tra le lusinghe della vita, dopo il lungo cammino e le lotte secolari per la conquista
di se stessa. L'uomo di quell'età, che parve.aurea, sognava ad occhi aperti, preso da
incanto per la natura colma d'ogni bellezza, per l'antichità classica circonfusa di gloria
e di divina luce, per l'arte parata a magnificenza, emula d'Apelle e di Lisippo: egli era
come l'ariostesco eroe che, davanti al giocondo palazzo di Alcina, tra piacevol gente,
tra cortesia e beltà, suoni e canti, gioia e festa, non s'accorge della maschera rosata
che nasconde la vecchia corrotta maliarda ; o come l'incauto della leggenda di Bar-
laam, che, sull'albero della vita, assapora il miele stillante dai rami, e più non avverte le
talpe bianche e nere roditrici al piede della pianta, e l'abisso spalancato al disotto,
e, in esso, il drago con le fauci aperte spiranti fuoco.

Così viveva l'uomo della Rinascita, il perfetto « Cortegiano ». « Non resta », dice
alla corte d' Urbino il fuoruscito Federico Fregoso, « nazione che di noi non abbia
fatto preda: tanto che poco più resta che predare, e pur ancor di predar non si resta ».
Fatto questo sfogo, il nobile dicitore s'interrompe, e soggiunge: « Ma non voglio che
noi entriamo in ragionamenti di fastidio ». Dopo aver rifuggito dal parlare del dramma
politico e sociale della vita italiana, come di cosa fastidiosa e triste, torna ai soavi
ragionamenti, agli oziosi abbandoni, all'oblìo della realtà., alla gioia del vivere. Ben vide
che l'Italia era divenuta terra da preda il pontefice che lanciò il grido: « Fuori i bar-
bari! ». Ma intanto nè il guerresco Giulio II, nè Leon X, suo successore, intenti al do-
minio temporale, s'accorgevano di perdere il dominio spirituale.

Quando i gaudenti a convito nelle aule magnifiche di Agostino Chigi, del « gran
mercante della Cristianità », là dove la diva Imperia sedeva tra i cardinali di Santa
Madre Chiesa, sentirono correre i nomi di Martin Lutero e della Riforma, dovettero scrol-
lare le spalle con indifferenza per il fraticello irrequieto e per l'idea pedantesca:, com'era
bella Imperia, come erano magnifici i vasi, i piatti d'oro e d'argento; qual delizia le
vivande dei paesi lontani, i vini dell'Oriente sorseggiati al suon di cetra, d'arpa e di
lira! E quando i convitati, levate le mense, si spargevano intorno alle aperte logge della
Farnesina, a quella reggia del Sole, che voleva imitare la descritta da Ovidio, e passeg-
giavano per i giardini ricchi di piante rare e di fiori d'ogni specie, tra erme e statue, e
alzavano gli occhi alla pergola dipinta da Raffaello nella sala di Psiche, potevano illu-
dersi d'aver preso parte al Convito degli Dei, mentre Venere ballava il saltarello, e
Apollo suonava la lira, e Bacco versava nettare dall'anfora nei nappi di murra.

Intanto la scomunica diveniva un'arma spuntata, il traffico delle indulgenze mo-
veva a scandalo, le bolle papali e le decretali venivan date alle fiamme, i donimi della
Chiesa romana scadevano. Ma nè guerre, nè disastri, nè rovine politiche e sociali, nè
religiose contese impedivano la carnevalesca licenza e il crollo della morale. Bisognava
correre a far ripari e dighe; ma, prima che la difesa della Rinascita fosse apprestata,
il disfacimento del mondo in sull'atrio della modernità si fece sempre maggiore, e,
mentre si rideva dei lazzi dei giullari, dello spirito maligno dell'Aretino, delle grasse
novelle del Bandello, dei versi scurrili del Berni, delle grottesche macaroniche del Fo-

1 Prolusione al corso di Storia dell'Arte italiana nella R. Università di Roma, il 4 dicembre 1918.
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