L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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LA DATA DELL'ATTIVITÀ ROMANA DI GIOTTO

Nel più succinto fra i manuali, nel più serio fra i trattati o nella, più ipercritica fra
le monografie, ritorna con raro accordo una notizia: Giotto lavorò a Roma nel 1298 o
circa il ,1300, in relazione col giubileo indetto per quell'anno da Bonifacio Vili. E la
opera che la tradizione ha indicato come la più celebrata di Giotto, la Navicella di San
Pietro, è sembrata suggellare col fatto la notizia comune. Così che il rapporto fra Bo-
nifacio Vili e Giotto fu, come è noto, il titolo e l'oggetto di un apposito articolo di
Eugenio Muntz.1

Eppure, nello stato attuale delle conoscenze si deve invece, o mi sbaglio, gettare
la notizia nel cestino delle leggende sfatate.

■ * * * .. ■■

L'unica notizia giuntala noi, dal tempo in cui Giotto viveva, sulla sua attività a
Roma è un passo del commento alla Divina Commedia noto sotto il nome di « Ottimo »:2
« Fu ed è Giotto in tra li pintori, che li uomini conoscono, il più sommo, ed è nella
medesima città di Firenze, e. le sue opere il. testimoniano a Roma, a Napoli, a Vinegia,
a Padova, e in più parti del mondo ». Poiché è noto che a Napoli Giotto lavorò negli
anni 1330-1333,3 risulta chiaro che la testimonianza dell'Ottimo non risale oltre quegli
anni, i quali possono servire come data ante quem.

Dopo di che, la più antica notizia è quella del tante volte discusso e commentato
necrologio del cardinale Jacopo Gaetani Stefaneschi, conservato in due « Martyrologia
benefactorum basilicae Vaticanae » dell'Archivio Capitolare di S. Pietro.4 Ivi erano se-
gnati cenni relativi ai benefattori sotto la data della morte di essi, e a proposito del
22 di giugno è scritto il ricordo di Jacopo Gaetani Stefaneschi, morto nel 1343; e
poiché il Martirologio H. 56 esisteva sin dalla fine del sec. xiii, devesi ritenere che il
cenno sullo Stefaneschi sia stato aggiunto poco dopo conosciuta la morte di lui. Eccolo,
nella parte che interessa Giotto: « Obiit s. mem. d. Jacobus Gaytani de Stephanescis
S. Georgii diaconus cardinalis et concanonicus noster, qui nostrae basilicae multa bona
contulit. nam tregunam eius depingi fecit, in quo opere quinque millia s auri fìorenos
expendit. tabulam depictam de manu Jocti super eiusdem basilicae sacrosanctum al-
tare donavit, que octingentps auri florenos constitit. in paradyso eiusdem basilicae de
opere mosayco ystoriam quando Christus beatum Petrum apostolum in fluctibus am-
bulantem dextera, ne mergeretur, erexit, per manus eiusdem singularissimi pictoris'
fieri fecit, prò quo opere duo millia et ducentos florenos persolvit, et multa alia que
enumerare esset longissimum ». Dunque: sono opere di Giotto la Navicella e la tavola
dell'altare, ora in sagrestia, ambedue commesse dalla munificenza dello Stefaneschi.
Ma nessun accenno né all'anno né all'occasione della munificenza. E, per quel che ri-
guarda il committente, il Necrologio è confermato dallo stemma e dall'epigrafe che fu-
rono apposti alla Navicella come alla tavola.6

Circa il 1404, dopo avere esaltata l'arte di Giotto, Filippo Villani scrisse: « Unde
ampliandi nominis cupidine per omnes fere Italie civitates famosas locis spectabilibus
aliquid pinxit Romeque presertim in foribus ecclesie Sancti Petri Transtiberim, ubi ex
musivo periclitantes navi apostolos artificiosissime figuravit, ut confluenti orbi terrarum
ad urbem indulgentiarum temporibus de se arteque sua spectaculum faceret ». Per in-

1 Mélanges d'archeologie et d'histoire de l'École
de Rome. 1881.

2 Pisa, 1828, pag. 188.

3 In proposito, le notizie più complete sono rac-
colte in Crowe e Cavalcaseli^, A History of
Painting in Italy, ed. Douglas, London, 1903, II,
pag. 91.

* H 56 e H 57. Cfr. P. Egidi, Necrologi e Libri
affini della Provincia Romana, Roma, 1908, pa-

gina 167 e seg., in Fonti per la Storia d'Italia.
L'Egidi dimostra che l'H 56 è il più antico, e che
da esso dipende l'H 57.

5 Eccetto l'Egidi, tutti coloro che hanno tra-
scritto il passo, a cominciare dall'H 57, riferiscono
500, ma l'H 56 indica chiaramente 5000, a parte
l'eventuale esagerazione della cifra.

6 De Nicola, ne L'Arte, IX (1906), pag. 339.
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